È prevista oggi, davanti al Tribunale del Riesame di Roma, l’udienza per Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci.
“L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes, rispetto alla quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Lui (Gomes, ndr) mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, senza dirmi che sarebbe stata utilizzata una bomba”.
Così ha detto Valter Lavitola davanti al Riesame nell’udienza del 7 settembre, nel corso di alcune dichiarazioni spontanee. Le parole dell’ex editore dell’Avanti sono state riportate nella sostanza dai suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola.
“Io avevo dato un mandato in bianco a Tavares – ha continuato Lavitola – specificando che comunque non si doveva far male a nessuno”.
Lavitola ha anche parlato del suo rapporto con Ranucci, ammettendo che dall’amicizia con il conduttore di Report derivava anche un vantaggio personale.
“Ha parlato di un riscatto sociale di cui sentiva il bisogno dopo le note vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto. È stato un beneficio collaterale che non ha nascosto, ma diverso dal movente contestato dall’accusa”, riferiscono i legali, che hanno chiesto per il loro assistito gli arresti domiciliari in Basilicata.
“Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo, tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata”.
È quanto avrebbe sostanzialmente detto davanti ai giudici del Riesame Valter Lavitola, in base a quanto hanno riferito i suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola.
Secondo quanto riferiscono i legali, “è insussistente il movente politico che la Procura di Roma ipotizza. In base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi ed entrare in politica. Anzi, Ranucci si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l’argomento”.
Lavitola si è presentato davanti ai giudici con una memoria approfondita a sostegno della propria versione dei fatti, ovvero che l’attentato dinamitardo contro Ranucci sarebbe stato organizzato per difendere lo stesso giornalista.
Stando a quanto riferito finora, in questo contesto Lavitola sarebbe venuto a conoscenza di una serie di minacce nei confronti di Ranucci e avrebbe, così, organizzato l’attentato solamente per attirare l’attenzione e favorire un incremento della scorta.
Stando invece alla ricostruzione dei pm e degli inquirenti, l’obiettivo di Lavitola potrebbe essere stato quello di favorire un eventuale ingresso in politica di Ranucci.
Lo stesso Tribunale del Riesame di Roma – che ha lasciato in carcere Pellegrino D’Avino di Avella, suo padre Antonio Passariello di Cicciano e il complice Saverio Mutone, disponendo invece i domiciliari per Marika De Filippis – ha scritto che, con l’attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso ottobre, è stata portata a termine “un’azione programmata ed eseguita su mandato di un soggetto sovraordinato, sorretta da un’organizzazione capace di assicurare agli esecutori appoggio e protezione e attuata mediante modalità oggettivamente idonee a evocare, agli occhi della persona offesa, la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso”.
Questa è una parte delle motivazioni legate alla decisione con cui, lo scorso luglio, sono state confermate le misure cautelari nei confronti della banda di quattro persone, tre in carcere e una ai domiciliari, accusate di aver compiuto l’attentato dinamitardo fuori dall’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci, con il riconoscimento anche dell’aggravante del metodo mafioso.
Per i giudici del Tribunale del Riesame di Roma sussistono, dunque, le esigenze cautelari, così come già “correttamente riconosciuto, nell’impostazione accusatoria recepita e approfondita dal gip”, a partire dal “pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie, desumibile anzitutto dalle modalità dell’azione, preceduta da sopralluogo e realizzata attraverso la ripartizione dei compiti, l’impiego di materiale esplosivo e il coinvolgimento in un contesto criminale strutturato, che rivelano una non occasionale disponibilità a fornire un apporto consapevole alla programmazione e alla gestione di condotte di particolare gravità”.

