Si terranno, mercoledì 15 luglio, presso il comando dei carabinieri di Roma si procederà all’estrapolazione delle copie forensi dei dati nei dispositivi sequestrati agli indagati irpini, considerati gli esecutori materiali dell’azione intimidatoria contro il giornalista Sigfrido Ranucci. Le operazioni per accertare i motivi che si celano dietro l’azione dinamitarda al Conduttore di report. Intanto il pubblico ministero ha firmato un nuovo invito a comparire per Pellegrino D’Avino (in carcere) e la sua compagna Marika De Filippis (ai domiciliari con braccialetto elettronico). La donna dovrà presentarsi presso gli uffici della Compagnia Carabinieri di Baiano, domani, martedì 14 luglio, alle ore 11 affiancata dai suoi avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri.
Il provvedimento è stato firmato dal pm della Procura di Roma, Edoardo De Santis che coordina l’inchiesta e che al momento conta sette indagati: gli irpini sottoposti a misura cautelare Antonio Passariello, suo figlio biologico Pellegrino D’Avino, la compagna di quest’ultimo Marika De Filippis, Saverio Mutone di Sperone e gli indagati a piede libero Luca Amato, l’imprenditore romano Valter Lavitola e Gomes Clesio Tavares, il tuttofare di Lavitola.
I quattro irpini – sottoposti a misura – sono accusati di aver organizzato ed eseguito materialmente l’attentato davanti all’abitazione di Pomezia di Sigfrido Ranucci. Nomi che già comparivano nelle carte degli inquirenti in relazione a indagini sul traffico di droga, con Passariello e Mutone che avrebbero un passato importante nella criminalità organizzata. In particolare, Passariello secondo gli inquirenti, sarebbe ancora attivo nel traffico di stupefacenti . Incensurata, invece, Marika De Filippis, compagna di D’Avino. Il gruppo campano sarebbe stato pagato migliaia di euro per l’attentato a Ranucci. Ai quattro sarebbe stata promessa assistenza legale e anche la possibilità di trascorrere un periodo all’estero, in Paesi a loro scelta tra Spagna, Austria e Francia, con un mantenimento di 200 euro al giorno.
Il tragitto verso l’Est Europa era già stato ipotizzato l’8 aprile 2026 all’interno dell’auto di uno degli indagati, D’Avino, che parlando con un complice suggeriva la fuga verso il Montenegro o la Bosnia, commentando spavaldamente: “Prima ti devono trovare”.
Due giorni dopo, il 10 aprile, i piani cambiano grazie all’intervento del misterioso intermediario del mandante (indicato nelle intercettazioni come “quello”). A uno degli indagati, Antonio Passariello, viene offerta una rosa di destinazioni europee tra Spagna, Austria e Francia per un allontanamento di 10-15 giorni. Alla domanda sulla meta, Passariello risponde sicuro: “In Spagna”.
Il pacchetto per la latitanza, annota la gip, era completo e studiato per eludere le indagini: carte ricaricabili, telefoni e sim usa e getta, contatti sul posto e persino una diaria da 200 euro al giorno per un mese di permanenza. “Ti danno i soldi e ti vai a divertire 10-15 giorni e poi torni… ogni giorno ti caricano i soldi sulla carta”, diceva D’Avino a Passariello. Un piano di assistenza totale che per i magistrati conferma non solo la caratura della rete criminale dietro l’attentato, ma anche la necessità assoluta delle misure cautelari per bloccare la fuga.



