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“Avellino città vietata, l’egoismo architettonico che taglia fuori i clienti con disabilità”

La denuncia del coordinatore regionale del Mid Campania Giovanni Esposito: “Per noi anche un semplice gradino può essere un ostacolo invisibile… E’ urgente cambiare prospettiva

Barriere architettoniche, Avellino resta ancora un passo indietro rispetto alla tutela dei diritti dei diversamente abili. Lo denuncia (e ribadisce) con forza il coordinatore regionale del Mid Campania, Giovanni Esposito: “Un gradino. Sembra un dettaglio insignificante, una semplice interruzione geometrica nel marciapiede, alta pochi centimetri. Per la maggior parte dei normodotati, è un ostacolo invisibile, superato con l’automatismo distratto della quotidianità. Ma per chi si muove su una sedia a rotelle, per un anziano con le articolazioni rigide o per un genitore che spinge un passeggino, quel gradino non è un dettaglio: è un muro. È il confine È il confine fisico tra l’inclusione e l’esclusione, tra il diritto di cittadinanza e l’emarginazione silenziosa. Nella nostra città, Avellino, questo confine non è eccezione, ma regola”.

LE VIE DEL CENTRO: UNA GEOGRAFIA DI OSTILITA’

“Passeggiando per le vie del centro – spiega Esposito – ci si imbatte in una geografia dell’ostilità che trasforma ogni attività commerciale in una fortezza inaccessibile. La situazione è paradossale. Viviamo in un’epoca che celebra l’apertura, la connettività globale e l’esperienza utente digitale fluida. I negozi competono ferocemente per attirare clienti online, ottimizzando ogni clic, ogni scroll. Eppure, quando il cliente varca la soglia fisica, o meglio, vorrebbe varcarla, si scontra con un’anacronistica incuria. Le rampe sono spesso assenti, o peggio, se presenti solo come elementi estetici non funzionali: troppo ripide, troppo strette, bloccate da auto in doppia fila o da espositori promozionali invasivi. Le porte automatiche, quelle vere, sono una rarità; al loro posto, maniglie pesanti che richiedono uno sforzo erculeo, trasformando l’atto banale dell’entrare in un’impresa atletica proibitiva”.

UNA CECITA’ CULTURALE RADICATA

“Non si tratta solo di ingegneria civile carente, ma di una cecità culturale radicata. Molti esercenti sembrano considerare l’accessibilità non come un diritto fondamentale, ma come un optional costoso, un capriccio burocratico da aggirare. ‘Abbiamo sempre fatto così’, è la giustificazione ricorrente, un mantra che nasconde la resistenza al cambiamento. Tuttavia, questa narrazione ignora una verità economica elementare: escludere una fetta significativa della popolazione significa rinunciare a potere d’acquisto, a fedeltà al brand, a vitalità sociale. Le barriere architettoniche non proteggono il business; lo impoveriscono, rendendolo sterile e ostile. L’impatto psicologico di queste barriere è devastante quanto quello fisico. Ogni tentativo fallito di entrare in un negozio, in una farmacia o in un caffè diventa un promemoria quotidiano della propria ‘diversità’ indesiderata. La persona con disabilità non viene vista come un cliente, ma come un problema logistico, un intruso in uno spazio progettato esclusivamente per corpi abili e normodotati”.

L’ESCLUSIONE SISTEMATICA

“Questa esclusione sistematica erode la dignità individuale e frammenta il tessuto sociale, creando una città a due velocità: una per chi può scorrere liberamente nello spazio pubblico, l’altra per chi deve pianificare ogni spostamento come una missione militare, con mappe mentali di accessi alternativi e percorsi sicuri. E’ urgente cambiare prospettiva. L’abbattimento delle barriere architettoniche non è un atto di carità, ma di giustizia sociale e di intelligenza urbana, è legge”.

LE RAMPE AIUTANO ANCHE CICLISTI E ANZIANI CON LA SPESA

“Una città accessibile è una città migliore per tutti: le rampe aiutano anche i ciclisti, le porte automatiche facilitano chi porta borse della spesa, i marciapiedi livellati prevengono inciampi per i distratti. Progettare per la diversità umana significa progettare per la resilienza collettiva. Le amministrazioni locali devono smettere di concedere deroghe facili e iniziare ad applicare sanzioni rigorose, accompagnate da incentivi reali per la ristrutturazione. Gli esercenti devono comprendere che l’accessibilità è parte integrante della qualità del servizio, tanto quanto la cortesia del personale o la pulizia dei locali”.

L’INGRESSO IN UN NEGOZIO NON E’ UN TEST DI ABILITA’

“Immaginiamo una città dove l’ingresso in un negozio non sia un test di abilità, ma un gesto di benvenuto universale. Immaginiamo spazi dove la progettazione inclusiva sia la norma, non l’eccezione. Fino ad allora, ogni gradino non segnalato, ogni porta pesante, ogni bagno inaccessibile rimarrà una accusa muta contro la nostra civiltà. Non possiamo permetterci di costruire società che funzionano solo per alcuni. La vera misura del progresso di una comunità non si trova nelle vetrate luccicanti dei suoi centri commerciali, ma nella facilità con cui ogni suo membro, indipendentemente dalle proprie capacità fisiche, può attraversarne la soglia”.

L’APPELLO ALLE ISTITUZIONI

“Allora care istituzioni, care amministrazioni comunali e amministratori locali del territorio di ogni ordine e grado la nostra domanda che a voi lasciamo è: quanto ancora le persone con disabilità della nostra Irpinia e poi anche turisti da fuori devono attendere per poter accedere liberamente alle attività commerciali? Crediamo che sia giunto il momento che dinanzi a questa domanda da parte vostra ci siano delle giuste e chiare risposte, prima ancora azioni concrete”.

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