di Virgilio Iandiorio
In questa appena passata estate caldissima, sia per le alte temperature sia per le crisi nel mondo, l’hanno fatta da padrone le Sagre. Ogni paese, ogni frazione, ogni borgata dell’Irpinia ha organizzato la sua Sagra. Una gara, senza concorsi a premi, che propone di degustare il piatto più originale della nostra tradizione culinaria. Più che la gola, dovrebbe anche la curiosità spingerci a vedere tante belle testimonianze artistiche e culturali, che sono presenti nei paesi delle sagre. Quanti dei partecipanti alla sagra di Candida si sono chiesti: perché nello stemma del comune è rappresentata la fenice?
Sul portale di quella che fu la chiesa del convento agostiniano di Candida un’iscrizione dei primi anni del XVI secolo, dal sapore sibillino, così recita: Candida cur Phoenix ingnis vorat aurea montes/ Sola novanda caput cuncta elementa fero. Anche se il senso del distico è chiaro, difficile ne risulta la traduzione.
Di questo mitologico volatile, la fenice, si impadronì la leggenda e diventò oggetto narrativo un poco di tutta la letteratura occidentale. Allo scadere di ogni cinquecento anni questo uccello si costruiva il nido in Arabia e lì finiva i suoi giorni. Dal suo corpo nasceva un piccolo verme che si trasmutava dopo breve tempo nuovamente in uccello. Appena rinata alla vita la fenice trasportava sull’altare del dio Sole in Eliopoli d’Egitto le spoglie del proprio genitore in un involucro di mirra, che si dissolvevano in fiamma appena deposte.
Nella letteratura latina alla fenice dedicarono carmi i poeti Levio e Ovidio, ne parlarono Plinio il Vecchio e Tacito. La “storia” della fenice divenne il simbolo dell’incessante ripetersi e rinnovarsi del mondo. Con gli scrittori cristiani essa assunse una nuova significazione, quella della resurrezione e della vita eterna, come si può riscontrare in Tertulliano e Lattanzio. Il mito dell’uccello che risorge ininterrottamente alla vita ha sedotto i letterati di tutti i tempi.
Così la traduzione italiana del primo verso del distico latino: Perché Candida fenice, il fuoco divora le montagne con la sua vampa d’orata?… La risposta a questa domanda, contenuta nel pentametro seguente, è la fenice stessa a darla: Io sola, rinnovandomi da capo, porto con me ogni elemento.
Il riferimento è a degli eventi catastrofici che si abbatterono su Candida. Assediata e conquistata nel 1440 da Alfonso d’Aragona, stessa sorte ad opera di Giovanni d’Angiò nel 1461, occupata dal conte Giacomo Caracciolo nel 1486, rioccupata dagli aragonesi nel 1487.
Dopo tanto guerreggiare, era venuto il tempo di riparare i guasti prodotti. Castello e case erano diventate inospitali, ma la ricostruzione doveva tener conto delle mutate esigenze e soprattutto doveva fare i conti con le nuove tecniche di guerra.
Mia nonna paterna, Anna Maria, che era di questo paese, mi parlava di due Candida, quella vecchia e quella nuova. La parte antica, infatti, si distingue facilmente per la sua posizione sull’altura aggrappata quasi al suo castello; quella nuova è posta in luogo meno scosceso e potremmo dire quasi pianeggiante.
Il palazzo baronale, o meglio i ruderi di esso, viene ancora chiamato Palazzo Filangieri. Era un complesso –scrive Nicola Gambino nel suo volume dedicato a Candida- che non aveva più alcun segno di fortezza militare, ma solo di un nobile palazzo, solido ma anche con un buon gusto artistico. Il palazzo richiamò in quella zona diverse famiglie per la disponibilità dei suoli”.
Venne poi la costruzione del monastero verginiano, ultimato agli inizi del ‘500. Fu realizzata anche la piazza antistante ad esso. Restauri furono fatti alla chiesa del convento degli agostiniani; e per l’occasione fu inciso sul portale il menzionato distico latino. Fu costruita nel 1540 nel borgo di santa Candida l’attuale chiesa parrocchiale, in onore della Vergine Assunta, anche se patrono della “terra” è san Filippo Neri.
Vale la pena di partecipare ad una sagra, se questo è un motivo anche per conoscere il passato del paese dove si svolge.

