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Cinque stelle e Pd, rapporto mai nato

Sono passati esattamente tre mesi dall’insediamento del secondo governo Conte. La fotografia che si può scattare è quella di un rapporto mai nato tra Cinque Stelle e PD che proprio non riescono a considerarsi alleati fino in fondo. Questo disequilibrio sta diventando una condizione strutturale, proprio come ai tempi del precedente governo ma con protagonisti che si sono scambiati i ruoli. Di Maio gioca a fare il Salvini col Pd e il Pd è il partito della responsabilità che porta la croce dell’alleanza. Le distanze superano di gran lunga i punti di convergenza e la mancata intesa in Emilia e Calabria è la spia di una fatica a stare insieme. E in molti già da tempo si pongono la domanda sul quanto può durare una maggioranza che è nata su un’emergenza estiva e da quella svolta agostana non ha fatto passi in avanti. Doveva essere la coalizione costruita per arginare la destra ed invece al momento sta certificando una svolta a destra del paese. Difficile in queste condizioni arrivare al 2023. Il governo e la maggioranza che lo sostiene dovrebbero dare risposte politiche ai tanti dossier aperti ed invece i vari leader sono impegnati nel giochino di piantare paletti provando a destabilizzare l’altro alleato. In questo modo non si organizza un nuovo modo di stare insieme ma solo l’ennesima paralisi che attanaglia quasi tutti gli esecutivi della seconda Repubblica. Servirebbe in una fase di grande confusione una classe politica responsabile che non cada negli opposti estremismi ma provi a dare un senso nobile alla parola mediazione. Ed invece stiamo assistendo alle stucchevoli tesi propagandistiche dei partiti di maggioranza che rincorrono le dichiarazioni dei leader dell’opposizione. Una rincorsa senza un filo conduttore che offre una rappresentazione non all’altezza di governo e Parlamento. Un’aula della Camera che davanti alle scolaresche si trasforma in una curva da stadio e addirittura diventa un set di un reality dove un deputato della Lega fa una proposta di matrimonio alla sua compagna tra gli applausi degli altri parlamentari. Svilire le Istituzioni sembra lo sport preferito di questa classe dirigente che non si rende conto che sta segando il ramo dell’albero sulla quale è seduta. Un ragionamento su cosa sta diventando la politica e il Parlamento è sempre più urgente. Si è deciso di ridurre il numero dei parlamentari e di abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Decisioni che vanno giustamente nel segno della sobrietà ma che non sono state accompagnate da un’attenta riflessione sul futuro della politica e sulla selezione della classe dirigente. Come se bastasse un taglio con un bel colpo di forbice per salvarsi l’anima e ridare prestigio ad istituzioni che lo stanno perdendo progressivamente. La politica ha un costo e i partiti in questi anni sono stati avidi. Parlano le cifre. In vent’anni tra il referendum del ’93 che lo aveva abolito e la legge del 2014 che ha eliminato il finanziamento le forze politiche hanno speso cifre esorbitanti senza alcun tipo di controllo. Hanno insomma da soli messo la testa sulla ghigliottina. Il rischio però è che adesso ad erogare fondi sono fondazioni private che supportano attività non dei partiti ma di singoli leader. E’ evidente dunque – come ha scritto il politologo Piero Ignazi – che “queste fondazioni così personalizzate non offrono molto al dibattito politico-culturale e rischiano di diventare semplici collettori di finanziamento con il paradosso che alla sobrietà forzata dei partiti si contrappone la disponibilità di mezzi di queste strutture privatiste. La strada maestra per ridurre questi rischi è una sola: ripristinare il finanziamento ai partiti a fronte di spese dichiarate e sottoporli a controlli stringenti. Sarebbe uno stop al populismo e un ritorno alla ragionevolezza”.

di Andrea Covotta

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