di Gianni Marino
Con l’entrata in vigore nel 19131 del Codice Penale sistemato dal ministro Alfredo Rocco, il fascismo perfezionò il concetto giuridico di “pericolosità sociale” in modo tale da poter così procedere speditamente all’internamento preventivo, per via amministrativa, dei dissidenti politici e dei devianti. Senza nemmeno più le parvenze di normali processi. Migliaia di antifascisti furono così internati e confinati. Ci sono voluti decenni per smantellare l’impianto autoritario del Codice Rocco: si pensi al divorzio, all’aborto, all’abolizione del diritto d’onore. Ma l’impalcatura è ancora in piedi. Certe parole pertanto sono fuori luogo: ma si sa il Ministro Nordio è ancora sotto botta referendaria. Non è stata una conquista facile avere una democrazia parlamentare basata su principi e valori fondanti, la cui principale peculiarità fin dal 1946 fu l’antifascismo di tutte le forze popolari e socialiste. Ricordare tale presupposto sembra una cosa ovvia, ma l’avanzata di gruppi politici di estrema destra in Italia e nel resto d’Europa che inneggiano alla remigrazione (cioè alla deportazione) fa temere una regressione ai tempi bui del regime: nelle forme del linguaggio e nei contenuti perseguiti. Vannacci è solo la forma odiosa più estrema di tale deriva. Fresca di giornata, invece, è la dichiarazione sulla vicenda degli soldati italiani internati (IMI) nei campi di concentramento tedeschi, storia rimossa e solo recentemente soggetta ad una riconsiderazione che dà dignità e onore a 600mila soldati italiani che prima di tutto rifiutarono la guerra e il fascismo. Le parole di Ignazio La Russa – ahinoi seconda carica istituzionale – sono da bar: lui avrebbe preferito una corsa degli internati verso la Repubblica di Salò vergogna assoluta. Le uscite (nordiana e larussiana), ombre lunghe dalla concorrenza vanacciana, sono spie però di una situazione – prima sociale e poi culturale – di cui i partiti antifascisti dovrebbe tenere in gran conto e non sottovalutare. Non è la loro solo mera propaganda ma la punta di un iceberg inquietante. Si stima che in Italia dieci milioni di persone hanno nostalgia del passato regime. Umberto Eco lo chiamava “l’eterno fascismo”: la fiamma è ancora accesa. Nel 1935, durante il viaggio in treno che lo portava a Brancaleone di Calabria per scontare tre anni di confino, essendosi prestato per amicizia a far da recapito per alcune lettere, Cesare Pavese alla partenza da Roma vide una bambina che dopo averlo osservato, chiese a voce alta al padre : “Papà perché nelle manette non fanno passare la corrente elettrica?”. Anche oggi c’è chi – senza patentino – sarebbe disposto di far passare la corrente elettrica in questa democrazia ammanettata. In Irpinia speriamo che resti solo in qualche profilo di montagna!


