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Dal delitto di Saman al coraggio della giovane pachistana Duray: così mi sono ribellata alla violenza di mio padre e oggi sono una donna libera

“Ho trovato il coraggio di fuggire dalla violenza di mio padre e oggi sono libera di studiare e di essere la donna che ho sempre voluto essere, Ho la stessa età che avrebbe avuto Saman se fosse viva”, E’ Duray Nayyab, ventiduenne pachistana, a consegnare la sua testimonianza nel corso del confronto, moderato dalla giornalista Elisa Forte, sul volume di Giammarco Menga, “Il delitto di Saman Abbas: il coraggio di essere libere” al Circolo della Stampa, promosso da Demetra con la Casa di Accoglienza per Donna maltrattate “Antonella Russo” e il Cav “Demetra è Donna”, grazie al supporto della Fondazione “Una nessuna centomila”, “Mio padre – prosegue Durai – mi aveva minacciato di morte e continuava a pedinarmi, quando andavo a scuola. Mi aveva sorpreso a parlare con un consulente legale, al quale avevo manifestato la volontà di denunciarlo e non voleva che accadesse di nuovo. Non era sicura di avere il coraggio di affrontare le conseguenze della mia scelta, ero certa che sarei rimasta sola, non immaginavo che mia madre avrebbe appoggiato la mia scelta, sono stata fortunata ad averla sempre dalla mia parte. Ricordo esattamente il momento in cu ho capito che non avevo scelta. Ho chiamato il Centro Anti Violenza e ho deciso di cambiare il mio destino, Ho tanti sogni nel cassetto. Oggi studio economia e management, mi piacerebbe diventare la manager di un’azienda, mia madre non ha mai smesso di essere di fede musulmana ma rispetta la mia scelta”. E’ la psicologa Maria Cira Calabrese a raccontare come la Casa Rifugio della cooperativa Demetra abbia accolto Durai proprio quando si cercava ancora Saman, quando era ancora molto forte l’impatto mediatico della storia “Quando è stato chiaro quale fosse stato il suo destino, abbiamo avvertito sulle nostre spalle una responsabilità ancora più forte. Non avremmo permesso succedesse di nuovo”.

A Giammarco Menga il compito di ricostruire la storia di Saman, a partire dalla scelta di raccontarla in un libro “che ho voluto dedicare alle Saman che possono salvarsi e si sono salvate. Perche siano sempre meno”. A uccidere la diciottenne pachistana, a Novellara di Reggio Emilia ,nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 il padre Shabbar Abbas e la madre Nazia  insieme allo zio Danish Hasnain. La famiglia non accettava la sua relazione con il fidanzato Saqib, nè poteva tollerare il rifiuto a un matrimonio combinato in Pakistan. Girà una volta aveva provato a fuggire in Belgio, dove era stata rintracciata e riportata tra le mura domestiche. Nel novembre 2020 aveva chiesto un aiuto ai servizi sociali per fermare le nozze in Pakistan, tanto da denunciare i genitori per costrizione al matrimonio. Di qui il trasferimento in un centro, dove era stata ospitata con estrema segretezza. Qui era rimasta per circa 5 mesi, fino all’11 aprile 2021, giorno in cui aveva deciso di tornare a casa per recuperare i suoi documenti, in modo tale da potersi sposare con il fidanzato e cambiare finalmente vita.

Menga ribadisce come “Nel delitto di Saman non c’entra nulla la questione religiosa, che il padre ha sempre usato per giustificare il proprio gesto. La storia che ho raccontato è quella di una ragazza che sognava di indossare un paio di jeans, profondamente sola, tradita e ingannata da tutti, a partire dai genitori, vittima di una cultura retrograda. La sua famiglia doveva apparire perfetta in Pakistan, ciò che contava era l’onore. A condannare Saman è stato il fatto che avesse diffuso pubblicamente immagini in cui baciava il suo fidanzato, che fosse stata vista da chi non doveva essere vista. Saman è stata uccisa in nome dell’onore del clan, poichè ormai era diventata ingestibile”. Menga si è soffermata sulla figura della madre che “l’ha accompagnata probabilmente nel suo ultimo metro di vita e che è sempre apparsa una sfinge nel processo” e del fratello “che pure ha avuto responsabilità nel delitto, ha cercato di fuggire con lo zio ma poi ho compreso l’orrore compiuto dalla famiglia e ha avuto il coraggio di dire che lo zio aveva ucciso la sorella”.

Ricorda come la famiglia “non avesse alcun desiderio di integrarsi, impegnata solo a conservare il proprio macrocosmo” e pone l’accento sulle criticità del sistema di integrazione in Italia “Saman aveva frequentato solo la terza media, il sistema non è riuscito a garantirle l’obbligatorietà dell’istruzione fino ai 16 anni, è rimasta come una fantasma a Novellara mentre la scuola l’avrebbe aiutata a confrontarsi con coetanee”. Ammette come sia stato doloroso scrivere il libro “raccontare quella quotidianità interrotta, a partire dalle dolorose richieste di aiuto alle operatrici e al fidanzato”. Calabrese si sofferma sul valore della ricerca della verità nel delitto di Saman, sull’importanza di non restare sole in queste battaglie e sul prezzo durissimo che queste ragazze sono costrette a pagare quando prendono le distanze dalle famiglie “Ho apprezzato molto come il libro non giudichi mai la vittima ma cerchi di fare luce sui fatti”

L’evento è stato anche l’occasione per mettere in mostra quanto realizzato durante il Laboratorio di
Sartoria e cucito creativo, nell’ambito del progetto “LookAFTER”, finanziato grazie ai fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese. A partecipare all’incontro le docenti dell’I.C. di Mercogliano e della Scuola Paritaria Maria SS. di Montevergine, partner del progetto Sinergie.

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Floriana Guerriero

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