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De Palma (Nursing Up): “Gli infermieri italiani più anziani rispetto alla media europea, a rischio la tenuta del sistema sanitario nazionale”

Il sindacato nazionale degli infermieri Nursing Up lancia l’allarme: “Se invecchiano gli italiani, gli infermieri non sono da meno. Oltre il 50 per cento dei professionisti dipendenti del nostro Sisistema sanitario nazionale ha più di 50 anni: senza ricambio generazionale rischiamo implosione”.

“L’Italia – riflette Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up – è il Paese più anziano dell’Unione europea. Secondo la recente indagine Eurostat l’età media ha raggiunto 49,1 anni e il 24,7 per cento della popolazione ha più di 65 anni, il valore più alto nel contesto comunitario. Un dato che non rappresenta solo una fotografia demografica, ma un indicatore diretto dell’aumento strutturale di cronicità, fragilità e bisogno di assistenza continuativa. E anche la principale forza assistenziale del sistema sanitario presenta uno squilibrio anagrafico preoccupante. I monitoraggi della Fondazione Gimbe evidenziano che oltre il 50 per cento degli infermieri italiani dipendenti del nostro Ssn supera i 50 anni. La fascia più numerosa è quella compresa tra i 51 e i 55 anni (18,2%), seguita dai 56-60 anni (16,14%), mentre una quota significativa ha già superato i 60 anni. Solo il 3,16% ha meno di 25 anni, dato che fotografa con chiarezza il vuoto generazionale. Il confronto europeo, sulla base dei report Ocse (Health at a Glance: Europe), rende il quadro ancora più netto: mentre in Italia l’età media degli infermieri del Ssn sfiora i 56-57 anni, in Germania è di 40,6 anni, in Spagna e Regno Unito di 43 anni, nei Paesi Bassi di 42 anni. Significa che in questo settore l’Italia registra un divario anagrafico di circa 15 anni rispetto ai principali partner europei”.

“L’invecchiamento della popolazione comporta un incremento strutturale delle patologie croniche – diabete, scompenso cardiaco, Bpco, fragilità geriatrica e pluripatologie – che richiedono monitoraggio continuo, assistenza territoriale e presa in carico stabile. In Italia oltre il 40 per cento degli over 65 convive con almeno due patologie croniche e la gestione della cronicità rappresenta ormai la quota prevalente dell’attività assistenziale. Questo scenario incide direttamente anche sulla salute dei professionisti sanitari. La letteratura scientifica internazionale segnala una prevalenza elevata di disturbi muscolo-scheletrici tra gli infermieri, con percentuali che superano il 60 per cento per la lombalgia nel corso della vita lavorativa (studi pubblicati su riviste come Bmc Musculoskeletal Disorders e International Journal of Nursing Studies). Turnazioni prolungate, movimentazione pazienti e carichi fisici ripetuti espongono in modo particolare una forza lavoro con età media elevata”.
“In un contesto in cui oltre il 50 per cento degli infermieri del Ssn ha più di 50 anni, l’aumento della cronicità nella popolazione si intreccia con una maggiore esposizione dei professionisti a patologie lavoro-correlate, con ricadute su assenteismo, idoneità parziali e sostenibilità organizzativa”.

“Le proiezioni elaborate su base anagrafica del personale del Servizio sanitario nazionale, utilizzando i dati del Conto Annuale Mef e le analisi della Fondazione Gimbe, stimano oltre 66mila pensionamenti tra il 2026 e il 2030. Negli ultimi anni si registrano mediamente circa 17mila uscite annue, a fronte di un numero di nuove immissioni non sufficiente a compensare le cessazioni. Questa dinamica rischia di determinare una contrazione significativa della forza lavoro esperta proprio mentre la domanda di assistenza è in costante crescita”.

“Se siamo la popolazione più anziana d’Europa è evidente che abbiamo anche tra gli infermieri più anziani del continente. Questo è il vero doppio invecchiamento: aumentano i bisogni assistenziali, ma la forza lavoro si avvicina rapidamente alla pensione”. “La riduzione delle iscrizioni ai corsi di laurea in Infermieristica (-11% circa nell’ultimo anno accademico e un dimezzamento delle domande rispetto al 2010) e la fuga di professionisti verso l’estero (circa 6mila solo nel 2025) aggravano ulteriormente il quadro”.

“Senza un piano straordinario di assunzioni e una valorizzazione economica reale della professione, e un indispensabile ricambio generazionale oggi inesistente – conclude De Palma – il nostro Servizio sanitario nazionale rischia di trovarsi scoperto proprio nel momento di massima pressione demografica. Non è un problema teorico: è una questione di tenuta del sistema. I numeri non mentono”.

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