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Debito pubblico e credibilità

 

Il vertice tra la Merkel e Renzi, almeno sulla flessibilità, si è concluso con un nulla di fatto. L’Italia chiede all’Europa di poter sforare i conti per permetterle il rilancio dell’economia. La commissione, espressione degli stati membri e condizionata dalla Merkel, sta concedendo all’Italia la maggiore flessibilità possibile, compreso l’aumento del deficit, nella speranza che dimostri di tenere sotto controllo i conti pubblici, riducendo le spese correnti e facendo le riforme necessarie per aumentare il potenziale di crescita Aumento della concorrenza, miglioramento dei servizi, inclusa la loro liberalizzazione e privatizzazione per accrescere il regime di concorrenza, riforme sulle pensioni, sul lavoro, sulla contrattazione salariale collettiva e sula riduzione dei costi del pubblico impiego. Impegni, (compreso il raggiungimento del pareggio di bilancio al l’esercizio finanziario del 2014), che sono stati ufficialmente “imposti” al Governo Italiano (Berlusconi) in una lettera del 5.11.2011 a firma del Presidente della BCE, Draghi e della Commissione europea, Trichet. Berlusconi, la cui credibilità in Europa e sui mercati era crollata, cadde rovinosamente e dovette abbandonare palazzo Chigi dalla porta di servizio. Subentrò Monti, con un programma lacrime e sangue, e l’Italia si salvò dalla bancarotta ma non dalla crisi economica, dalle disparità sociali e dalla crescente povertà, perché veniva intaccato tangibilmente lo stato sociale. Dopo l’insuccesso di Bersani, gli successe Letta che avrebbe dovuto continuare nella strategia dell’austerità con più equità e continuare a fare le riforme, ma non ebbe neanche il tempo di respirare e fu defenestrato da Renzi all’insegna della rottamazione del passato e dei suoi protagonisti e di un profondo cambiamento e, risanamento dei conti e delle riforme strutturali, avrebbe permesso all’Italia di spiccare il volo, che, malgrado le promesse e gli annunci, finora, non c’è stato. Renzi dice che le riforme le sta facendo e che produrranno gli effetti sperati, però sulla riduzione del debito pubblico e delle spese, fa orecchi da mercante, convinto che lo sviluppo si possa fare a debito. Eppure l’Italia, con approvazione del Parlamento nel luglio del 2012, ha ratificato il patto con l’Europa con il quale – avendo un deficit superiore al 60% del PIL (prodotto interno lordo) ed uno dei deficit più grande del mondo, si impegnava a ridurre la parte eccedente nella misura del 20% annua. Nulla di tutto questo è stato fatto e, addirittura Renzi reclama maggiore flessibilità e continua a fare manovre finanziarie sulla crescita del debito pubblico. L’ultima legge di stabilità è finanziata con 17 miliardi di ulteriori debiti. L’aumento anomalo del debito pubblico cominciò negli anni ottanta e servì a finanziare lo stato sociale, uno dei migliori in Europa. Da allora è aumentato (con attenuazioni nei governi Prodi e Ciampi) ma, nel contempo, lo stato sociale si è ridotto in misura spaventosa. Per rimanere in tempi a noi vicini, nel 2011 ammontava a 1.907.479 euro; è aumentato a 1.989.421 nel 2012, a 2.069.692 nel 2013 e a 2.135.902 nel 2014. Nel 2016 si prevede un ulteriore balzo in avanti e raggiungerà i 2.165.000 euro. Nel primo trimestre del 2015 ha raggiunto il 135,1% del pil (più del doppio di quello che ci consentirebbe l’Europa!L’Italia ha pagato di interessi ai creditori, (banche, istituti finanziari, stati esteri, imprese), dal 1993 ad oggi, la somma di 1.650.000 euro. Se si pensa che il nostro avanzo primario, (differenza tra la spesa pubblica e le entrate tributarie) è del 21% rispetto alla media europea del 2,1% (in Germania è solo dello 0,2%), ci si accorge che esso è finito tutto nel pagamento degli interessi che costituiscono il 75% del debito. Se non si rompe questa spirale perversa, le chiacchiere non salveranno la nostra economia e la nostra industria, che continua a perdere pezzi mese dopo mese. Il debito ha creato e continua a creare l’espandersi della miseria e l’arricchimento di pochi, acuisce la disparità e la disoccupazione, la precarietà la progressiva perdita dei diritti e la diminuzione dei salari. Quali i veri rimedi? Innanzitutto non proteggere, solo ed esclusivamente, i creditori ma soprattutto i cittadini che sono costretti a pagare; combattere, non solo a parole, l’evasione fiscale (che dal 2005 ad oggi è sempre cresciuta e si fanno leggi per farla ancora crescere); una irpef progressiva ed eventualmente una patrimoniale progressiva sulle ricchezze finalizzata esclusivamente alla riduzione del debito, drastica riduzione delle spese per armamenti, aerei di Stato, costi della politica (vitalizi, segretari, telefonini e altri privilegi compresi), vera riforma dei processi che non devono durare più di un anno e via dicendo. Insomma riforme vere e non patacche! Renzi dice ai quattro venti che l’anno dopo sarà quello buono e che da domani comincerà lo sviluppo: il Pil crescerà, i debiti diminuiranno ed il pareggio di bilancio – che si sarebbe dovuto raggiungere nel 2014 – lo avremo nel 2017, anche se non si capisce come. C’è da credergli? L’Europa comincia a sospettare, noi, condizionati dalle televisioni, dalla stampa e dai sondaggi, facciamo finta di credergli!
edito dal Quotidiano del Sud

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