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Democrazia, stato di diritto e carceri: l’Irpinia racconta l’emergenza del paese 

di Franco Fiordellisi

Quando un rapporto europeo, in questo caso il report 2026 di Liberties, denuncia l’erosione dello Stato di diritto in Italia, non sta parlando di un’astrazione; a prescindere da cosa ne pensava l’ex sottosegretario Del Mastro e continuano a pensarlo soggetti della maggioranza di governo. Sta parlando di ciò che accade concretamente nei luoghi dove lo Stato esercita il suo potere massimo: carceri,ovvero spazi della coercizione legale.. E se vogliamo capire fino in fondo questa deriva, basta guardare all’Irpinia.

Nel nostro territorio insistono tre istituti penitenziari maschili – Avellino-Bellizzi, Ariano Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi – accanto alla realtà femminile di Avellino-Lauro e alla REMS di San Nicola Baronia. Non stiamo parlando di un margine secondario della Repubblica. Stiamo parlando di un pezzo importante del sistema detentivo campano, dove si concentrano problemi strutturali che rinviano a una questione nazionale.

I numeri sono già una prima verità politica. Avellino ospita 649 detenuti, Ariano 287, Sant’Angelo 192. Complessivamente, i tre istituti maschili arrivano a 1.093 persone detenute. In tutti e tre i casi la pressione sulle strutture è evidente. Ma il punto non è solo quantitativo. Il punto è la qualità democratica di come uno Stato custodisce, cura, rispetta o abbandona.

Perché il carcere è il luogo in cui si misura la verità della legalità repubblicana. È facile invocare la legge quando si parla in televisione. È molto più difficile garantire davvero diritti, salute, dignità e sicurezza dentro istituti sovraffollati, con organici insufficienti, con medici non presenti su tutta la giornata, con salute mentale trascurata, con dipendenze trattate in modo inadeguato. Eppure è lì che si decide se uno Stato resta dentro il perimetro costituzionale o lo consuma dall’interno.

Le visite svolte nelle carceri irpine hanno riportato un quadro netto: sanità penitenziaria carente, carenza di psicologi e psichiatri, tossicodipendenze senza équipe complete, disagio psichico crescente, tensioni continue. Ad Avellino si è parlato apertamente della necessità di una sezione dedicata e di maggiore attenzione alla salute mentale; nel reparto femminile si sono registrati episodi gravissimi, compresi tentativi di suicidio. Ad Ariano Irpino si sono verificati aggressioni, proteste, episodi autolesivi e suicidi. A Sant’Angelo dei Lombardi il sovraffollamento resta impressionante rispetto ai posti disponibili.

Questo significa una cosa semplice: la questione penitenziaria non è separata dalla questione democratica. Quando il diritto alla salute viene di fatto negato ai detenuti, non è solo un problema sanitario. È un problema costituzionale. Quando il disagio psichico viene sedato invece che curato, non è solo una disfunzione organizzativa. È una regressione civile. Quando la risposta pubblica si concentra sulla sicurezza ma non sulla presa in carico, allora il carcere smette di essere luogo di esecuzione della pena nei limiti della Costituzione e rischia di diventare luogo di degrado istituzionalizzato.

L’Irpinia mostra con particolare evidenza anche un’altra verità: il nesso tra marginalità territoriale e marginalità dei diritti. Le aree interne sono spesso raccontate come luoghi di silenzio, di tradizione, di restanza. Ma dentro questo silenzio ci sono infrastrutture sociali fragili, servizi insufficienti, distanza dai centri decisionali e c’è chi pensa di risolvere con la video sorveglianza. E quando a questa fragilità si aggiunge il sistema penitenziario, il rischio è che il detenuto diventi due volte invisibile: come persona privata della libertà e come persona collocata in un territorio periferico.

Vale anche per la REMS di San Nicola Baronia. Una struttura pensata per il trattamento terapeutico-riabilitativo dei pazienti psichiatrici autori di reato non può essere lasciata sospesa tra funzioni di cura e insufficienze del sistema. Se emergono tensioni e ricoveri d’urgenza, allora il problema non è del singolo episodio: è dell’intera filiera tra salute mentale, giustizia e territorio.

 

E vale ancora di più per l’ICAM di Lauro, dove il tema tocca il punto più delicato: madri detenute e bambini. Qui lo Stato dovrebbe mostrarsi nel suo volto più umano. Se anche in questo spazio emergono sofferenza psichica, solitudine, vuol dire che la falla è profonda.

 

Per questo il punto non è usare il carcere come bandiera ideologica tipo facile in tempi di populismo gratuito. Il punto è capire che una democrazia si giudica da come tratta i suoi luoghi più fragili. E l’Irpinia oggi dice con chiarezza che non basta parlare di legalità, video sorveglianza e sicurezza. Occorre parlare di Costituzione, sanità pubblica, personale, trattamento, salute mentale, misure alternative, lavoro. Se non lo facciamo, il rischio è chiaro: trasformare la pena in abbandono, la sicurezza in propaganda, la legalità in parola vuota.

 

E allora sì, dall’Irpinia si vede il problema generale dell’Italia. Si vede che lo Stato di diritto non si smonta solo con le grandi riforme, ma anche lentamente, quando nelle carceri e nelle strutture di cura penale i diritti diventano secondari e la persona scompare dietro il numero.

 

È da qui che bisogna ripartire. Dalla dignità concreta. Dalla Costituzione reale. Dal dovere della Repubblica-Stato di non umiliare mai nessuno, soprattutto quando esercita la propria forza dalle carceri agli ospedali sino alle scuole.

 

 

 

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