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Emanuela Sica restituisce voce a Macrina, quell’attesa lunga duecento anni che ha la grazia di un miracolo

“Lungi dal prendere marito, dal portare l’anello, pronunciai un voto, tra le mura di casa, senza il velo delle monache, senza la grata che separa il mondo da chi lo ha rifiutato: la mia clausura fu il cuore; la mia cella il dovere”. E’ il mistero di Maria Macrina, le cui spoglie sono state ritrovate intatte nella chiesa dell’Immacolata di Prata, a rivivere nel volume curato dalla scrittrice Emanuela Sica “Macrina nella patria dei redenti”. L’autrice restituisce voce alla giovane donna, morta il 22 aprile del 1843, all’età di 26 anni, che scelse di essere monaca senza prendere ordini e di dedicare la sua vita a Dio.  Maria apparteneva a una nobile e influente famiglia locale, la sua era una consacrazione laica praticata in ambito familiare, caratterizzata da una vita di devozione, penitenza e carità, senza una clausura monastica formale.  L’autrice sceglie di partire dalla lapide che campeggia sotto l’altare della chiesa e da quel corpo ritrovato intatto che torna a parlare dopo anni, dalla quotidianità di una fanciulla di 26 anni, dalle mele cotte nel tegame di coccio preparate dalla madre. “Duecento anni di buio, e non
ho avuto paura: “Lui” era già la mia veste, l’abito scelto in vita come sudario, poi diventato pergamena, infine, dicono, meraviglia scientifica, “eccezionale conservazione”. Su quel giudizio non ho competenza, io lo chiamo, semplicemente, fedeltà alla scelta, al voto, al silenzio di carne che ho abitato”. Un prodigio della scienza che emoziona e commuove: “La scienza ora mi veglia – scrive Emanuela Sica – come un tempo le preci dei miei cari, e le voci scrivono versi perché la mia storia non torni buia come la terra che per due secoli mi ha accolta, tenuta, protetta dagli occhi di un mondo distratto”. Una storia di fede, una vita dedicata agli altri “Dicono che mi porteranno in laboratorio, per misurarmi, datarmi, scriveranno in articoli e relazioni tecniche, ma io non mi sento un reperto. Io sono colei che prega e, nella patria de’ redenti, mi considero già salva. Ma, forse, la vera ostia che si fonde in ciò che resta della lingua non è il corpo che la terra ha preservato ma, esattamente, quella parola, “redenti”, incisa per non farmi dormire in solitudine, seppur ancora riposo, sotto teli nuovi che son lenzuola bianche, profumate di canfora, ma più leggere”.

Le mani sul grembo, i fiori celesti, i lunghi capelli consegnano l’immagine di una sposa “Per scongiurare il tempo, l’orrendo scorrere nella decomposizione dei tessuti, fosti incoronata di carta e stoffa. Quei fiori celesti, incorruttibili, non sono mai appassiti perché non erano mai stati linfa, radice vitale. (…)Il tulle si è fatto ragnatela, le perline del rosario opacizzate, come il lutto quando smette di pulsare cronaca e diventa quiete di memoria, mentre il colore, ostinato che nessun secolo ha voluto cancellare, ha deciso di resistere ancora, piccolo vessillo di un indaco che qualcuno, forse, ti aveva promesso. (…)Chi ha intrecciato quella corona pensava di renderti sposa dell’empireo dopo esserlo stata solo del voto: ed ecco perché fiorisci ancora, Macrina, in una lingua muta che i secoli non hanno (ancora) imparato a tradurre”.

Mentre le mani raccontano il gesto della preghiera: “Di tutto il corpo che il tempo ha reso fibra simile al legno e narrativa di pergamena, sono le falangi a raccontarmi di più: piegate ancora nella posa di chi si è congedata in preghiera, senza difesa, spogliata dallo spasimo che la morte spesso lascia scritto nei corpi. La postura, quasi dimenticata, del sonno in cui dimora l’anima, genuflessa in pace eterna”. Per scoprire un cuore “ricolmo d’amore, distaccato dall’inaridito scorrere delle stagioni”.  Come se la sua preghiera fosse stata capace di vincere il tempo. E così è possibile persino immaginare che ogni notte si alzi nella chiesa e cammini “Vista così, distesa nella cassa, con i fiori al capo e all’anca, le mani composte a metà del cammino tra vita e assenza, il profilo sinuoso del naso e del mento, come una divinità botticelliana e non una convitata di pietra, al banchetto della morte, assumi le sembianze della pietà senza il grembo florido della madre. La tua figura, filiforme, occupa tutto lo spazio del presente, prendendo in prestito la memoria che, tuttavia, può aspettare”. E pare quasi di vederla mentre “passi accanto ai banchi vuoti dove un tempo sedevano i poveri che sfamavi, ti fermi un istante alla cassetta delle elemosine, come per contare quello che manca, quello che avanza, quello che si può ancora dare”.

A custodire il suo corpo una teca che si carica di un valore simbolico forte, “una casa trasparente, o forse un piccolo cielo di plastica, tesa, su archi bianchi. Non assomiglia ad un sudario, né ad una cassa da morto, sembra il perimetro in cui la scienza impara il linguaggio che la fede già conosceva”. Un’attesa che racconta la potenza dell’amore per il Cristo “un corpo che sa cibarsi di speranza, perché ha sempre saputo che tutto, prima o poi, si ricompone nella grazia di un miracolo”. Un ritrovamento che parla di una scienza che conserva intatto lo stupore e la meraviglia, come spiega l’arte sapiente dei restauratori “Senza conoscerti, hanno messo nel tocco la delicatezza che si riserva a chi si ama da sempre: e forse è questo il miracolo laico della scienza che sa commuoversi anche senza stigmi di catechismo, purché la meraviglia sia vera, autentica, da restare senza fiato davanti alla sua scoperta”.

A regalare i propri versi all’ultima veglia di Macrina: Alessandro Simeoli; Angela Caputo; Antonella Prudente; Antonio De Feo; Bruno Caravella; Carmela Laratta; Daniele De Luca; Graziella De Cillis; Layla Giglio; Marco Candela; Margherita Calì; Marzia Sirio; Massimo Teti; Miriam Giovanni; Pumper Bit; Rosalia Spolverino; Rosy D’Alessandro; Stefano Acierno. La sua storia lascia spazia, nell’immaginazione dei poeti ad altre storie, versi che si fanno preghiera, omaggio, contemplazione: “Mi arresi a questa vita, non all’oblio. Un angelo ordinò “sarai bella per sempre” scrive Angela Caputo. “Così rimani, luce discreta e viva, profumo che non/svanisce, angelo di carità, presenza che continua a/camminare nel cuore di chi ti ha incontrata/ e nell’eternità dell’Amore” scrive Angela Prudente. Per Antonio De Feo Maria Macrina si fa simbolo del mistero dell’eternità “Dormi ancora/e spiega l’eterno/a noi che guardiamo/senza vedere e preghiamo senza sperare”. “Il mio amore vuole luce – scrive Bruno Caravella – lo lascio trasparire/da queste opache finestre/e vola libero/oltre queste pareti/che non sono catene”. “Il tuo respiro vestito di tempo/rivive ignaro di occhi e sole/nel ricordo vissuto/sospeso d’amore” scrive Graziella De Cillis. Massimo Teti spiega come “ci parla ancora/ci racconta che il corpo muore/che passa il dolore/anche l’anima fugge via/se qualcosa resta è la poesia”. “Nessuno sa quanta gioia si nasconde dopo aver tanto/pianto.- scrive Rosalia Spolverino -I miei fratelli e il mio adorato padre hanno condiviso la mia/scelta, quella di dedicare la mia vita agli altri./Non sono mai morta, sono sempre rimasta accanto a loro./Accanto a chi crede che l’amore muove il mondo”. Mentre Stefano Acierno come il profanare quella tomba “Ci serve tuttavia a capire/la caducità/e la piccolezza/di noi esseri tronfi/ma inconsapevoli/e dunque meschini
al cospetto della storia”.

 

 

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Floriana Guerriero

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