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Fare i conti con la propria storia

Fra tre giorni l’anniversario dei vent’anni dalla morte in Tunisia di Bettino Craxi. Al cinema è da poco uscito il film del regista Gianni Amelio con uno straordinario Pierfrancesco Favino che interpreta l’ex segretario socialista. “Hammamet” è la storia della lunga agonia di un uomo di potere che va verso la morte con travagliata consapevolezza. Un film che fa discutere e che però non è un ritratto fedele alla storia è piuttosto come ha scritto Alessandro De Angelis su Huffington Post lo specchio di un paese che non sa fare i conti con la propria storia. Perché incompiuta. Ecco il punto. E allora – prosegue De Angelis – l’effetto, più che la compassione, è una rinnovata voglia di discutere. Di una storia politica oltre le ruberie: di Sigonella, certo, ma anche dell’incapacità di leggere il cambio d’epoca dell’89 da parte di un leader che pure è stato un innovatore ma, al dunque, sceglie l’arrocco, il gestionismo, diventando un pilastro della conservazione. Prima ancora delle procure, sono i calcinacci del muro di Berlino a seppellire il Partito socialista, che pure solo qualche anno prima aveva letto la spinta “modernizzatrice” dei nuovi ceti e della nuova fase del capitalismo – Milano per intenderci – proponendo una visione adattiva al cambiamento mentre il Pci optò per una testarda resistenza. Ma siamo già in pieno dibattito e troppo oltre un film che va visto. Non dà risposte. Pone delle domande. In fondo, è giusto così. Ed è giusto vent’anni dopo interrogarsi sul Craxi politico che come dicono i suoi detrattori, a partire da Marco Travaglio, è stato al di là delle vicende di Tangentopoli il corresponsabile primario dei disastri che la Prima Repubblica ci ha lasciato in eredità. Durante i quattro anni del suo governo (1983-87) il debito pubblico passa da 400 mila a 1 milione di miliardi di lire e il rapporto debito-Pil dal 70 al 92%, di pari passo con l’impazzimento della spesa pubblica e dell’abusivismo selvaggio.  Critiche feroci per un uomo che ha cambiato non solo il volto del partito socialista ma la politica italiana introducendo la figura del leader carismatico che domina e annulla il partito. Craxi è insomma l’uomo che prova a modernizzare il Paese e a renderlo più legato alle figure politiche rispetto ai partiti. Comincia con lui di fatto la seconda Repubblica. E’ la personalità che prova a cambiare la sinistra italiana ed è contemporaneamente alleato e avversario della Democrazia Cristiana.  Uno che lo conosceva bene come l’ex ministro Rino Formica sostiene che “non si guarda mai al fondo della vicenda storica, all’esaurirsi del miracolo di un equilibrio dei poteri come lo abbiamo conosciuto. Bisognerebbe ritrovarlo o costruirne uno diverso. Ma lo sfasciume di questi 25 anni ha fatto solo danni. Le élite non hanno saputo fare di meglio che buttarsi sulla tenuta del vincolo estero, cioè l’Europa. Così è nato il sovranismo. Per ripartire l’unica ricetta è partire dal piccolo per andare al grande. Ricominciare dai territori. I consigli comunali tornino ad essere quelli che noi vedemmo nascere nel ’45 e nel ’48: fucine politiche. I corpi dello Stato adesso sono frantumati. Purtroppo nella frantumazione prevale la tutela della struttura autonoma”. Formica ha 92 anni ma il suo è uno sguardo sul futuro più lucido di tanti giovani.  La sua analisi impietosa sull’oggi nasce proprio dalla consapevolezza che da Tangentopoli sono trascorsi 25 anni e nulla è cambiato in meglio, anzi.  Si è imboccata la strada del leaderismo che ha prodotto un consenso effimero. E allora quella paura di perder tutto estremizzata dal Craxi del film di Gianni Amelio è diventata oggi la certezza della nostra caducità.

di Andrea Covotta

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