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Il salto di qualità compiuto a metà settimana dall’epidemia di Covid-19 induce ad allungare lo sguardo oltre la più immediata dimensione del contagio, cioè oltre il numero di decessi sempre crescente, il lutto dei familiari, lo stress angosciante dei medici e del personale sanitario, le drammatiche scelte di competenza delle autorità politiche e delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Parlando mercoledì scorso per la prima volta di “pandemia”, l’Organizzazione mondiale della sanità ha disegnato uno scenario fino a ieri contemplato solo in alcuni inquietanti film di fantascienza. Di fronte all’estensione di una tragedia umanitaria che si propaga in modo esponenziale coinvolgendoci tutti, ci interroghiamo sulle condizioni in cui si troverà il nostro mondo quando tutto ciò sarà finito, cioè su che cosa il virus si lascerà alle spalle quando avrà concluso la sua corsa letale sui continenti abitati dall’uomo.

Come cambierà, o come sta già cambiando la geopolitica al tempo del coronavirus? L’interrogativo non è peregrino, anche se la risposta al momento – mentre il dramma è in pieno svolgimento – non può che essere parziale. Del resto, la storia insegna che il destino dell’umanità è stato profondamente segnato dalle epidemie del passato, che hanno sì seminato lutti a non finire, ma hanno anche determinato svolte positive nel destino dell’homo sapiens. La grande peste bubbonica che a metà del Trecento ridusse di un terzo la popolazione dell’Europa – la “peste nera” descritta da Boccaccio e Petrarca – provocò indirettamente una redistribuzione della ricchezza fra i sopravvissuti che favorì la nascita di una classe borghese e artigiana che poi si sarebbe imposta nel secolo successivo ponendo le basi del Rinascimento. Due secoli dopo, la peste descritta dal Manzoni, meno letale dell’altra (ma nelle principali città italiane la mortalità fu tra il 12 e il 60%) aprì la strada ad una riconversione dell’economia che avrebbe spostato il baricentro del potere in Europa dalle regioni mediterranee a quelle settentrionali. Ora, è pensabile che anche il flagello del coronavirus contribuisca a modificare il paesaggio geopolitico e geoeconomico che abbiamo fin qui costruito e conosciuto? Ed è lecito addentrarci in questo tipo di analisi quando il fenomeno è ancora in corso e non ne conosciamo pienamente dimensioni e conseguenze? Certo, ogni considerazione conclusiva sarebbe imprudente e azzardata; ma qualcosa si può comunque già dire, a partire dall’esame delle risposte alla pandemia messe in campo dalle principali aree geopolitiche del pianeta; anche perché dall’efficacia di questi strumenti dipenderà la capacità dei singoli soggetti nazionali o sovranazionali di riprendersi dalla crisi che ha colpito tutti.

Da questo punto di vista, la Cina, che pure è all’origine del contagio, sembra anche il paese che meglio ha organizzato la sua reazione, isolando rigidamente il centro dell’infezione (una provincia di 60 milioni di persone) senza bloccare il motore produttivo dell’immenso “impero di mezzo”. E’ vero che ha potuto farlo grazie alla centralizzazione del potere nelle mani del partito comunista; ma se sarà in grado di vincere la sua battaglia e riprendere la corsa del Pil ad un ritmo vicino a quello degli ultimi anni, potrà vedere confermato il suo “modello” politico e sociale. Così come un altro regime autocratico, quello della Russia putiniana, può finora compiacersi di essere riuscito a tenere il virus fuori dai suoi confini. Come stiamo vedendo, le cose vanno diversamente nei Paesi retti da sistemi democratico-liberali, nei quali ogni iniziativa dei governi deve tener conto delle reazioni dell’opinione pubblica e di una distribuzione bilanciata del potere. E allora: in Italia la necessaria incisività dell’azione di contenimento del virus è stata inizialmente ritardata, e di ciò stanno facendo le spese le regioni più produttive del Nord; negli Stati Uniti il presidente Trump, già virtualmente in campagna elettorale, ha cercato fin quando ha potuto di silenziare l’allarme, e rischia di pagare questo errore in termini di consenso. Quanto all’Europa della moneta unica e della casa comune delle democrazie, si sono viste le conseguenze del brutto scivolone di Christine Lagarde, ripresa rudemente dal Presidente Mattarella e poi corretta da Ursula von der Leyen, che ha in pratica annunciato la sospensione del patto di stabilità. Il conflitto ora si sposta nelle due capitali che contano: Bruxelles e Berlino; e se l’Europa vuole sopravvivere come Unione di Stati alla pandemia che l’ha colpita dovrà cambiare il suo modello di sviluppo, riportando le tecnocrazie sotto il controllo democratico dei popoli e dei decisori eletti dai popoli. Altrimenti avranno vinto la Cina e la Russia.

di Guido Bossa

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