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Giustizia e dintorni, Sinner: l’emblema di una giustizia che non c’è

Gerardo Di Martino

Io ci sono rimasto male. Ditemi che volete, ma quando ho saputo che questo talento, anzi questo fatturato di circa 50 milioni di euro (stimato, poi bisogna vedere), non contribuisce, e non ci spera nemmeno, a migliorare le sorti della nostra Comunità, ci sono rimasto male.  Chi la mette sul piano della giustizia, delle regole, delle manette, sbaglia. Alla grande.

Pagare le tasse e risiedere fiscalmente tra noi, non può essere roba da offrire ai poteri dell’azione penale. Fosse solo questo, non sprecherei nemmeno un secondo del mio tempo per malmenare la tastiera.

È la possibilità di fare di un gruppo di persone, una Comunità. È la capacità di comprendere che la Natura ti ha fornito di una dote, non per te, ma per tutti. È la possibilità di vedere finalmente qualcuno più fortunato accanto a chi, la stessa fortuna, non l’ha avuta.

Perché pagare le tasse da noi, per come è pensato il sistema, è certamente una forma di sadismo. Ma rimane pur sempre l’unica maniera per stare vicino, anzi per sperare (sic!) di stare accanto a chi non ce la fa. Perché, a tutto voler concedere, uno Stato, qualunque oggi, lo possiamo ben ridurre a questo.

Eppure non gira così. Incredibile!

A partire dal nostro Ordinamento. Che permette di essere, allo stesso tempo, meritorio cittadino italiano e risiedere fiscalmente nel principato di Monaco.

Capisco che lì ci si allena meglio. Perché le racchette sono più incordate. Epperò essere di esempio per i nostri ragazzi non sarebbe male.

Sinner non l’ho mai considerato uno di noi. E mio padre – vecchio saggio tristemente piegato a tollerare le mie puntate – me n’è testimone. L’ho sempre visto diverso, sin da quando si incominciava a parlare di lui.

Non è passato molto tempo prima che me ne desse conferma, ahimè, preferendo declinare l’invito di Mattarella, dopo aver vinto la Coppa Davis.

Non sono un indovino. Figuriamoci. Ma rifletteteci, un attimo: tutti quelli che così ragionano, calciatori e motociclisti compresi, vedono nell’Italia, nella nostra società, un limite, un ostacolo, un problema da superare. E da cui affrancarsi. Subito. Come fosse una malattia.

Forse la penso allo stesso modo. Non per questo, avendone la possibilità, evito di dare una mano agli altri.

Chi la dote da campione ce l’ha avuta, dovrebbe intendere, immediatamente, che ce l’ha per Giustizia. Non certo per farsi i fatti suoi.

E perciò Jannik Sinner, come tutti quelli che ragionano come lui, e che come lui preferiscono allenarsi a Monaco, potrà essere il campione per il Presidente del Consiglio o della Repubblica. Ma non sarà mai il mio.

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