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Giustizia e dintorni: test psicoattitudinali, la magistratura sa il fatto suo

di Gerardo Di Martino

È tempo di test. Anzi di test psicoattitudinali. «Ho rubato», «So stare allo scherzo con un gruppo di amici», «Non ho difficoltà a nutrirmi normalmente». Sarebbero 3 tra le 567 domande del famigerato test cd. Minnesota (dal luogo in cui nel lontano 1942 fu inventato) a cui si risponde barrando «vero», «falso», «prevalentemente vero», «prevalentemente falso». Il condizionale, mai quanto questa volta, è d’obbligo. Si perché il testo del Governo dice poco e nulla. Si tratta, a ben vedere, di una delega in bianco, la classica delegona “fai tu” conferita nientepopodimeno che al CSM. Ossia allo stesso organo che autogoverna la magistratura giacché formato, a maggioranza, dai medesimi magistrati.

Tutto fumo e niente arrosto, oibò.

Anzi, l’arrosto c’è, ma è altrove. E la ragione è semplice. Le disposizioni approvate dal Governo istituiscono i test solo per i giovanotti che hanno appena superato il concorso. E dunque a cosa servirebbe un test in quel momento? E perché successivamente non ripeterlo?

Mentre stampa e mainstream sono impegnati in un turbinio di emozioni e parole, la magistratura «piange e ride»: alza un polverone sui test – ossia, per come detto, sul vuoto pneumatico – e mentre l’opinione pubblica guarda alla luna, il dito cancella le due vere riforme (approvate in chiusura di legislatura dal precedente Governo) che costituivano l’architrave di uno Stato garante del cittadino.

E così, con il favore della confusione generata dal clamore “nulla-test”, il Governo si inchina all’ANM (il sindacato delle toghe) sul vero tema della verifica della professionalità del magistrato e di controllo politico dell’Esecutivo da parte della magistratura, abbattendo le due uniche vere riforme dell’ordinamento giudiziario volute dal Ministro Cartabia e combattute fino “all’ultima goccia di sangue” dalla stessa magistratura associata.

La prima: è stato eliminato, o comunque depotenziato a tal punto da incidere in maniera insignificante, il fascicolo delle performance per valutare finalmente, effettivamente e concretamente, la qualità professionale del magistrato sulla base dei risultati ottenuti nel quadriennio.

La seconda – almeno da me considerata la madre di tutte le riforme per conferire, non alla magistratura che già ne gode a dismisura, ma, udite udite, all’Esecutivo ed al Parlamento la loro autonomia ed indipendenza (perché a questo punto, purtroppo, siamo giunti) – in materia di cd. magistrati fuori ruolo: il fu divieto per la magistratura in servizio di penetrare ed occupare gli Uffici legislativi e direttivi del Ministero della Giustizia, quelli dove la legge – la stessa a cui dovrebbero successivamente soggiacere – viene pensata, plasmata, creata. Per la serie, me la canto e me la suono-. È la resa totale!

Ma a noi piace discutere del fumo, dei nulla-test ai neo magistrati, di una riforma tutta ideologica, priva com’è di effettivo impatto e tesa com’è ad attribuire un larvato senso di schizofrenia ai magistrati tutti. Giammai dell’arrosto.

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