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Il Sud è una terra “avvelenata” e i meridionali lo sanno, e lo sa un Paese intero. Gli unici, forse, che possono salvare la loro terra, questo Mezzogiorno che sembra volgere al tramonto, sono gli stessi meridionali. Ad essere avvelenata è la terra, e un’intera comunità umana, ad essere avvelenate sono le coscienze, dalla “malapolitica”, dalla corruzione, dal malaffare.

Il Sud è stato avvelenato due volte. Ecco perché il canto triste e rabbioso che si leva dalla terra dei veleni, edulcorato nel nome più evocativo di “terra dei fuochi”, risuona come un lamento funebre, ma racconta anche di una Campania in rivolta, e che ha paura, di una Campania profondamente “infelix” che mette sotto accusa lo stesso Stato, ora che tutti sanno tutto.

Il Sud ha raggiunto un punto di non ritorno, ma la tragedia riguarda tutto il Paese. La “terra dei fuochi”, purtroppo, non è identificabile con la sola Campania e nessuno è in grado di affermare il contrario.

E’ l’Italia intera ad essere chiamata in causa, con le sue istituzioni e i politici meridionali che rischiano di essere spediti all’inferno, sciagurati interpreti di una politica sorda e cieca al grido di dolore di un popolo che si sente sempre più tradito ed abbandonato.

A chiamare in causa questa Italia divisa tra un Nord che fa finta di niente e un Sud trattato come discarica della Storia, è un Mezzogiorno che non vuole e non può più tacere, che sta dicendo “non nel mio nome” in faccia a chi vorrebbe continuare a distruggere il territorio.

La direttrice Nord-Sud, che rappresenta il cardine su cui poggia il dualismo, il divario tra le due aree del Paese, è anche la rappresentazione schematica della linea di smistamento dei rifiuti tossici che dal luogo di produzione sono arrivati ai luoghi di smaltimento.

Luoghi che oggi stanno morendo e sono l’emblema di uno Stato mai nato come Nazione. Ma il Sud deve cambiare, è costretto a cambiare perché deve riappropriarsi di una dimensione “biopolitica”, che parla di acqua, aria e terra pulita, strettamente legata al tema dei “beni comuni”, che appartengono alla comunità di una terra che non vuole rassegnarsi.

Perché la rassegnazione deve far posto alla speranza, al progetto, mettendo in campo l’idea che “un altro Sud è possibile”.

La politica, nella sua mutazione genetica, la malapolitica prodotta in questi anni di trasformismi e affarismo, ha avvelenato le sorgenti dalle quali doveva sgorgare un futuro diverso, che oggi appare torbido, se non impossibile.

Questo nostro Stato è marcio, e il popolo meridionale può candidarsi a rappresentare la parte sana di un Paese che non ha altra via d’uscita se non quella di ripercorrere la strada della reazione a chi opprime il presente e soffoca il futuro. Golgota di rifiuti e ferraglia arruginita di fabbriche dismesse, la Campania è inflazionata di problemi, ed è soprattutto l’emblema della “caduta” di un Sud che stenta a rialzarsi, che continua a soffrire di tare storiche, di nuovi vecchi mali che non riesce o che non vuole curare.

L’urlo silenzioso rabbioso individuale di chi fin ora ha gridato il proprio profondo dissenso, il personale sentimento di sdegno, si deve trasformare necessariamente in un canto corale di vero cambiamento che fatica a levarsi, e che per concretizzarsi necessita di un momento di assoluta rottura.

Qui in gioco c’è la salute, il futuro, il destino di un popolo dal precario equilibrio.

di Emilio  De Lorenzo

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