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I padroni del mare di Fenizia, le Calabrie paradigma di un Mezzogiorno stanco della favola del turismo

Le Calabrie come paradigma di un Mezzogiorno lontano dall’immagine stereotipata troppo spesso consegnata da letteratura e media, indefinibile nella sua varietà, simbolo di una terra che non può ridursi ad un paradiso per le vacanze, a cui sta stretta la favola del turismo. Spiega così la scrittrice Bianca Fenizia, uno dei temi al centro del romanzo “I padroni del mare”, edito da Rubbettino, nel corso della presentazione da Winyl, nel centro storico A rivivere le estati trascorse al mare dalla piccola protagonista, nel paese immaginario ma anche reale di Jonia, nelle Calabrie. “Non volevo raccontare – sottolinea Fenizia – la storia di una famiglia ma le trasformazioni di un territorio, costretto a pagare un prezzo altissimo all’arrivo dei grandi flussi turistici. Al tempo stesso, volevo riflettere sulla responsabilità personale, di cui ciascuno di noi è investito nella cura del territorio, su quanto ogni cittadino possa fare la sua parte per difendere il luogo in cui è nato. E’ il senso del titolo ‘I padroni del mare’ in cui la parola padrone perde la connotazione negativa. Il padrone non è chi considera il mare come un bene da sfruttare ma chi deve, invece, vegliare sull’equilibrio del paesaggio perchè non si spezzi. E’ l’eredità che il nonno consegna ai nipoti, un titolo che è privilegio ma anche missione a cui restare fedeli”. Ricorda come sversamenti di rifiuti, costruzioni abusive, alberghi e ristoranti sorti ovunque, abbiano, a poco, a poco, violentato i paesaggi e la loro storia “E’ tempo di finirla con questa immagine di un Sud bello per la sua lentezza, la Calabria come buona parte del Sud racchiude in sè una varietà di paesaggi ed esperienze profondamente diverse tra loro, può essere lento ma anche dinamico e superveloce e la sua forza è in questo patrimonio di differenze. Ecco perchè ho scelto di parlare di Calabrie e l’ho fatto partendo da una dimensione corale, da tante voci e punti di vista, in una sorta di orchestra di tanti elementi che devono suonare insieme, in cui ciascuno ha la sua timbrica e la sua storia. Come zia Rosaria che è la donna libera, emancipata, amata dalle nipoti ma è anche il simbolo della ciclicità del tempo, di una nostalgia verso il passato che ci impedisce di guardare al futuro. Mentre possiamo trasformare la nostalgia in una spinta propulsiva e cercare di far rivivere il passato nel presente, invece di rifugiarci nei ricordi”.

Un processo in cui è fondamentale che la voce narrante sia quella di una bambina “Ho provato a sdoganare gli stereotipi che vogliono i bambini sempre innocenti, mi piaceva l’idea che, scevra dai condizionamenti, la voce narrante prendesse coscienza delle contraddizioni del mondo degli adulti, anche dei  dettagli più infimi della vita che si svolge davanti ai suoi occhi. Ed è ancora lei o lui, poichè non viene mai detto, chiarisce Bianca, se si tratti di una bambina o di un bambino, a comprendere che è necessario disubbidire, violare le regole e i divieti stabiliti dagli adulti, come quello di non parlare con i figli di Tonino. E’ chiaro che uno dei modelli è Fabrizia Ramondino con i suoi racconti di bambini selvaggi, proprio come la letteratura legata al realismo magico. Ho immaginato che fosse possibile continuare ad avere un rapporto con chi non c’è più, come se le persone che abbiamo amato e non ci sono più ci vivessero accanto, viaggiassero con noi e nulla si interrompesse. E’ ciò che accade alla protagonista con le persone che ha amato, come il nonno”.
A dialogare con lei la giornalista Floriana Guerriero che pone l’accento sulla forza di una prosa di grande intensità, di un racconto in cui il quotidiano è scandito dalla presenza del mare con la sua duplicità ma anche dai tanti rituali collettivi che danno senso alle giornate, dalla processione della Madonna del Mare, che si svolge di notte, in cui ciascuno è solo con il proprio dolore, incurante degli altri, alla preparazione della lasagna di Ferragosto o ancora il cinema all’aperto, rituali strettamente collegati a cibi e oggetti che diventano una sorta di correlativo oggettivo delle emozioni o portale per viaggiare nel tempo. Bianca ci ricorda come ogni forma di scrittura è politica “Quando andavamo al mare da piccola, sentivo sempre i caccia militari che decollavano e atterravano nella vicina base Nato. E mi sembrava assurdo che a pochi passi da noi, mentre eravamo in vacanza, nell’acqua o sul bagnasciuga, la gente continuasse a morire. Volevo restituire questa idea di un mare che sa essere anche crudele, basti pensare alla strage di migranti di Cutro”. E ammette “Ho un pessimo rapporto con l’identità, ripartire dalla memoria significa non solo sbandierare l’orgoglio per la nostra storia e i nostri paesaggi, non possiamo dimenticare gli errori fatti. E’ tempo di ribadire a gran voce che i cittadini del territorio hanno bisogno di una programmazione attenta, di servizi e infrastrutture”.

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