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Terzo assoluto nella classifica dei governi della Repubblica per consensi parlamentari, l’esecutivo guidato da Mario Draghi, che ha appena ricevuto un’ampia fiducia delle Camere, deve ora cercare di sottrarsi al destino dei due che l’hanno preceduto, figli di un’emergenza simile all’attuale ma presto vittime di un presunto ritorno alla normalità della dialettica tra i partiti. Come Mario Monti nel 2011 e Giulio Andreotti nel 1978, Draghi capitalizza una resa della politica simile a quella dichiarata nel primo caso a fronte di un dissesto finanziario al limite della bancarotta, nel secondo in un clima di stato d’assedio come quello determinato dal sequestro Moro e dalla strage della sua scorta, che sembrava certificare l’imminente vittoria delle Brigate rosse su uno Stato in disfacimento. In entrambi i casi la reazione delle istituzioni fu sulle prime all’altezza della situazione e rimise le cose a posto, ma ben presto le ragioni della politica prevalsero su quelle della solidarietà, e i due governi dovettero dimettersi. Le due legislature non sopravvissero alla crisi, e si andò ad elezioni anticipate.  E’ un rischio dal quale anche Mario Draghi dovrà guardarsi, anche perché già si avvertono sinistri scricchiolii sotto l’ampio consenso riservato al suo programma.

E’ come se i partiti di maggioranza si preparassero al secondo tempo della partita, quando ognuno riprenderà la propria autonomia. Va detto che le strategie non sono ancora decifrabili, e forse non sono chiare neppure ai capi degli schieramenti in campo. Ma appare certo che nessuno è soddisfatto della situazione attuale, nella quale la dialettica parlamentare è attenuata, e si tenta di costruire qualcosa di nuovo per il futuro. Se guardiamo ai due schieramenti – centrosinistra e centrodestra – che hanno accordato la loro fiducia a Mario Draghi, è nel primo che si avvertono più chiari i sintomi di insoddisfazione e il tentativo di riprendere quanto prima la propria libertà di movimento. L’annuncio della nascita di un intergruppo parlamentare fra Pd, Cinque Stelle e Leu è stato avvertito come il tentativo di definire un nucleo di maggioranza relativa di sinistra all’interno dell’ampia e indistinta maggioranza governativa; ma ben presto la cruda realtà dei numeri ha mostrato l’evanescenza di questa ipotesi. Complice la frana verificatasi nel gruppo dei grillini, peraltro ampiamente prevedibile, si è visto che saranno i partiti di centrodestra, forti di una strategia che li accomuna a prescindere dalla diversa collocazione nei confronti del governo, ad esercitare il massimo dell’influenza sulle politiche del governo. L’attivismo di Matteo Salvini, protagonista di una girandola di incontri a cominciare con quello che lo ha visto faccia a faccia con Zingaretti, dimostra che il segretario della Lega ha buone carte da giocare, anche perché non è frenato da vincoli ideologici. Al contrario, i democratici si trovano nella scomoda situazione di dover giustificare di fronte a sé stessi e al proprio elettorato le scelte apparentemente incongrue fatte dalla fine del primo governo Conte ad oggi, quando in entrambi i casi hanno rinunciato alle priorità declamate per adattarsi a situazioni di ripiego: prima rinunciando alle elezioni anticipate, poi dando il via libera a Draghi. Ora, il Pd con l’intergruppo sembrerebbe rifugiarsi di nuovo sotto l’ombrello di Conte, ma lo fa proprio nel momento nel quale la crisi dei Cinque Stelle compromette la stabilità di un’alleanza e sottrae consensi anche al governo al quale il Pd ha legato il proprio destino.

di Guido Bossa

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