Pubblichiamo di seguito un estratto del libro di Mirella Napodano “Ma l’amore no” dedicato alla festa dell’Assunta. “Ma l’amore no” intreccia il romanzo storico e il genere epistolare, consegnando uno spaccato dell’Avellino degli anni ’30 e ’40. Come sottolinea la critica Milena Montanile, propone una ‘mirabile sceneggiatura di storia familiare negli anni della guerra’, al tempo del fidanzamento dei suoi genitori. Una storia d’amore e di vita, ricostruita attraverso le appassionate lettere che il giovane ufficiale Carmine inviava dal fronte africano all’amata Emilia, in trepidante attesa ad Avellino, dove gli eventi bellici sarebbero tragicamente sopraggiunti tra l’estate e l’autunno del ’43. “E’ un testo – scrive l’autrice – denso di ricordi di famiglia e testimonianze storiche, in cui si narrano le alterne vicende del fidanzamento dei miei genitori, a lungo separati all’epoca della Seconda guerra mondiale. Carmine, infatti, è militare di carriera in Africa settentrionale e sta vivendo l’esperienza bellica tra privazioni di ogni genere e slanci patriottici. Nel frattempo, Emilia, che abita ad Avellino, lavora presso una storica tipografia della città”
Puntuale e un po’ ciarliera come al solito, Filumena ‘a capera si accingeva a commentare con donna Luisa l’inizio ufficiale dei festeggiamenti in onore dell’Assunta, mentre si dedicava con la consueta cura alla sua acconciatura.
“Signo’, avete visto quanta gente c’era ieri sera in piazza all’alzata del Pannetto? C’era pure Elisabetta con il marito Minuccio; sono tornati da poco dal viaggio di nozze e già li ho visti un poco arrabbiati. Lei non guardava mai in faccia il marito. Avevano messo il muso…”
“E che vuoi fare, Filume’. Mia madre diceva che i matrimoni migliori sono quelli che non si fanno.”
“E don Fiorentino l’ha messo il pannetto suo nella Congrega?”
“E come no? Lo sai che ogni anno se ne fa un dovere e un vanto.”
Fiorentino Cotone era solito partecipare attivamente ai tradizionali preparativi della festività religiosa, dandone a suo tempo dettagliate notizie sul Don Basilio. In qualità di priore della Società Operaia di Mutuo Soccorso, aveva facoltà di esporre un magnifico ‘pannetto’ di famiglia in raso azzurro di grandi dimensioni, recante un dipinto ad olio della Vergine Assunta di pregevole fattura, che occupava quasi un’intera parete della sua camera da letto e che per tradizione veniva proposto alla venerazione dei fedeli nel periodo di Ferragosto. Questo privilegio era concesso in Avellino ad altre cinque o sei persone, come lui destinatarie di particolari cariche civili e/o religiose.
L’evento festivo era atteso come ogni anno con lunghi preparativi in città e in provincia, malgrado la guerra incombente e le difficoltà di ogni genere avvertite dalla popolazione.
Per le strade cittadine sorgevano banchetti di cibarie tradizionali di un improvvisato e artigianale street food, dove si potevano acquistare per pochi spiccioli ‘o musso’, fettine di testa di vitello lessate, condite con sale e limone, servite nei cuoppi e ’scagliuozzi, quadratini di pizza di mais fritti nell’olio, nonché semi di zucca (’o spasso), nocciole tostate e castagne ’ro monaco.
Si confidava comunque nelle iniziative comunali per non far mancare ai concittadini l’atmosfera di devozione e di festa che avrebbe fatto da cornice alla processione della settecentesca statua lignea della Vergine, patrona della città, custodita nel Duomo di Avellino. L’effigie, di pregiata fattura, viene ancor oggi portata in processione per le vie della città la sera del quindici agosto, sotto le eleganti luminarie allestite per l’occasione da esperti apparatori.
Religiosità popolare, certo, che montava in crescendo durante il santo Novenario, culminando nel digiuno della vigilia in cui non era dato consumare altro se non pane e melone.
Per il giorno della festa, le pasticcerie cittadine offrivano prelibate granite, spumoni dal cuore di pan di Spagna imbevuto di cordiale, raffinate coviglie a vari gusti servite in bicchieri foderati di cioccolato fondente.
Nessun avellinese avrebbe rinunciato il giorno di Ferragosto alla passeggiata serale con la famiglia, sostando ai tavolini dei caffè Lanzara o Margherita, della pasticceria Veneta o del bar Centrale.
Le sorelle Cotone non mancavano mai questi appuntamenti della vita cittadina e amavano mescolarsi alla gente, ad altri parenti e agli amici di sempre con cordiale amabilità.
Uno dei passatempi preferiti di Emilia ed Esther in queste occasioni era scrutare la folla per individuare gli abiti più stravaganti, le mises più strampalate e improponibili (frutto di volenterosa fattura casalinga) indossati con sussiego dalle ragazze delle vicine contrade, come: abiti di improbabile raso azzurro o rosa confetto, gonne arricciate realizzate in tulle o merletto; piccoli orpelli di una moda ingenua e inventata di sana pianta dall’estro improvvisato di mamme o zie solerti quanto parsimoniose.


