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“De André non è mai stato di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano”. Le parole di Nicola Piovani riecheggiano con forza oggi a vent’anni dalla scomparsa di Faber come lo chiamava il suo amico Paolo Villaggio. Ricordare oggi De Andrè, scomparso l’undici gennaio del 1999, serve soprattutto a legare con il filo della memoria intere generazioni unite dal linguaggio della sua musica che ha accompagnato e accompagna nonni, padri e figli. Nelle sue canzoni ha narrato le storie degli ultimi, degli emarginati, degli assassini e delle prostitute ma ha soprattutto descritto la storia di questo paese attraversato dalle contestazioni del ’68, dagli anni della strategia della tensione e l’Italia dei sequestri, lui che ne fu vittima. Ha reso in musica i Vangeli e l’antologia di Spoon River e ha condannato nella splendida ballata della Guerra di Piero tutte i conflitti del mondo. Figlio dell’alta borghesia genovese è stato uomo dalle mille sfaccettature e contraddizioni,  attento osservatore con ironia e disincanto della realtà. Oggi la sua voce ci manca ancora di più in un’Italia incattivita e piena di paure. Un rancore sociale che sfocia nella delusione per una ripresa economica sempre ai minimi termini. Questo immobilismo spiega il successo delle politiche sovraniste e il rifugiarsi nei propri recinti mettendo fuori chi potrebbe mettere in discussione il bisogno di sicurezza. Un’Italia capovolta rispetto a quella immaginata da De Andrè che proprio agli ultimi dedica la sua attenzione. Come si legge nel sito della fondazione a lui dedicata, già in una delle sue prime canzoni, la famosissima “Via del Campo”, c’è un totale rovesciamento di valori che suona come un epitaffio per i valori borghesi: Dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior. Così gli abitanti di Via del campo, una delle strade di Genova che all’epoca erano considerate malfamate e che oggi ospita un vero e proprio santuario per i fans del cantautore, fanno parte di un’umanità emarginata che si riscatta agli occhi del poeta.  Quell’umanità che oggi è quella dei migranti. Un fenomeno gigantesco ridotto dalla politica a pura propaganda e per dirla con Ezio Mauro “si rimesta nel fondo della pentola diabolica dove cuoce il risentimento del Paese, si eccitano gli istinti senza mediarli culturalmente, si coltivano le pulsioni per innestare direttamente in politica senza traduzione istituzionale incrementando il consenso a breve, riducendo la rappresentanza a portavoce della paura invece di emanciparla”. Ora che a distanza di vent’anni riscopriamo che attraverso le sue canzoni De Andrè pesava i concetti senza sprecare le parole ma accarezzandole ne apprezziamo ancora di più il talento e la sua coerenza. E’ inutile chiedersi cosa avrebbe detto Fabrizio De Andrè di quello che sta accadendo oggi perché in qualche modo lo ha anticipato e previsto. Il suo non è dunque un vuoto perché ci restano i suoi profetici versi. Ad esempio quella dedicata ai fatti del ’68 parigino la “Canzone del Maggio”Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio  se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento se il fuoco ha risparmiato le vostre Millecento anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti.   Con una canzone di lotta ricorda i fatti accaduti durante la rivolta nata dagli studenti e, rivolgendosi a quelli che alla lotta non hanno partecipato, li accusa e ricorda loro che chiunque, anche chi in quelle giornate si è chiuso in casa per paura, è ugualmente coinvolto negli avvenimenti. Una lezione per l’oggi dove in tanti si voltano dall’altra parte, per paura, per viltà, per non avere problemi.

di Andrea Covotta

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