“Una religione del ricordo, in cui si intrecciano storia individuale e storia globale, in cui ritorna costantemente il valore della memoria”. Spiega così il professore Paolo Saggese, dirigente scolastico e critico letterario, il senso profondo della raccolta di Gaetana Aufiero “Voglio vivere così”, edita da Delta 3, vincitrice del premio letterario “L’inedito”, intitolato a Francesco De Sanctis. L’occasione è offerta dalla presentazione del volume, nel salone della chiesa di Costantinopoli in collaborazione con il Cinecircolo Santa Chiara e Insieme per Avellino. “E’ sempre l’amore per il passato – spiega Saggese – a guidare la sua scrittura nella consapevolezza della centralità della conoscenza della memoria per affrontare presente e futuro. La sua è una ricerca storica non legata ai massimi sistemi ma alla microstoria, alle storie delle piccole comunità, che sono, in fondo, anche esempio di storia globale. Ovunque vada, ci fa amare quella terra, incarnando appieno la lezione di De Sanctis”. La conferma arriva da un racconto come “Viaggiare tra le follie del mondo” “da cui emerge la frustrazione di chi ama la vita e non riesce ad accettare la reclusione forzata del lockdown, chiedendo aiuto alla figlia. Nasce così uno scherzo, a partire dai consigli di una misteriosa psicologa, che le chiede di mettere su carta i ricordi dei suoi viaggi. Uno scherzo capace di unire le generazioni, la madre fantasiosa e inquieta e la figlia, dirigente rigorosa e inflessibile. Ma il racconto ripercorre anche i viaggi della protagonista, da Roma a Firenze fino a Palermo, le battaglie per la legalità a partire dalle prime manifestazioni in ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e la lunga lotta per l’emancipazione femminile, la fatica delle donne nel conquistare il diritto all’istruzione e alla cultura, all’autodeterminazione, ad essere non solo madri e mogli. Un tema che ritroviamo in “La Singer no”, in cui il rifiuto della piccola protagonista di imparare a usare la macchina da cucire si fa simbolo della lotta per le donne per l’emancipazione. Solo crescendo, la bambina, diventata adulta, capirà che proprio quella macchina era essa stessa strumento di liberazione delle donne dalla schiavitù, alleviando il loro lavoro così da avere più tempo per sè stesse. E sono ancora le donne, quelle della Maremma, del Monte Amiata a farsi portatrici di altre storie, come quelle legate ai movimenti millenaristici, a figure come Davide Allegretti che volevano scardinare il potere,”. Un percorso, prosegue Saggese, che arriva fino alla Lucania “terra sorella dell’Irpinia in un racconto, l’ultimo della raccolta, che è un omaggio alla famiglia di imprenditori agricoli dei Fortunato, che avevano compreso come il Sud potesse salvare il mondo, investendo sulla modernizzazione dell’agricoltura. Attraverso la figura dell’architetta protagonista che farà di quel casolare la sede della Fondazione Fortunato, Gaetana rende omaggio a De Sanctis, maestro di Fortunato, che pure ebbe un legame forte con l’Irpinia, dove veniva spesso, alla scoperta dei suoi paesaggi”. Ricorda come Gaetana abbia raccontato più volte le difficoltà delle prime studentesse del liceo Colletta, quando gli stessi docenti scoraggiavano le giovani donne dal continuare gli studi, invitandole ad affidarsi alla sorte e ribadisce come “La scuola è un patrimonio da difendere da chi vorrebbe imporre censure o condizionare il lavoro dei docenti. Il Ministero non capisce che per modificare la cultura dei ragazzi non bastano i decreti ma bisogna cambiare la cultura e certo non lo si fa con lo schiocco delle dita”. La giornalista Floriana Guerriero pone l’accento sulle donne combattive indipendenti che caratterizzano la scrittura di Gaetana, donne che sono pronte a scontrarsi con le convezioni sociali, se ne infischiano della morale corrente, vogliono essere mogli e madri ma a patto che questo non impedisca loro di rinunciare alla loro identità di donne, di professioniste, di artiste. “La scrittura diventa dunque sempre spazio di libertà, attraverso il quale difendere la propria identità e salvaguardare la memoria”. Andrea Gennarelli, presidente del Cinecircolo Santa Chiara ribadisce come quelle di Aufiero siano storie di resilienza e rinascita “capaci di trasformare la sofferenza in una risorsa preziosa, grazie al potere salvifico della lingua scritta, di qui l’invito alle nuove generazioni a credere nel potere della cultura che è sempre strumento di riscatto” Mentre Pasquale Luca Nacca di Insieme per Avellino ricorda il valore di cui si carica l’impegno di Gaetana Aufiero come storica e scrittrice, riferimento per il territorio.
E’ quindi Gaetana a raccontarsi, spiegando come “Queste storie sono autobiografiche, come diceva Amos Oz, nella misura in cui siamo tutte figlie di una madre e ciascuna può riconoscersi in esse” e ricorda come “Troppo spesso le donne abbiano pagato le loro conquiste”. Spiega come i “Racconti siano nati nei difficili mesi del Covid, quando siamo stati espropriati delle nostre abitudini, proprio come era accaduto con un’altra epidemia, quella della spagnola ad inizio del Novecento”. E sottolinea come “Mi interessava raccontare il momento in cui le figlie cominciano a desiderare di accedere alla cultura, di fare ciò che fanno gli uomini, in cui smettono di accontentarsi di essere madri e moglie, in cui le famiglie devono fare i conti con la modernità e guardano stranite le loro figlie che non vogliono imparare a cure”. E all’appello di Saggese che lancia l’idea di una scuola per gli storici, perchè la memoria locale non si perda, risponde sottolineando come sono tante le storiche senza scarpe che portano avanti le loro ricerche, attraverso un lavoro silenzioso e misconosciuto. E spiega come “La mia passione per la storia è nata dal silenzio di mio padre che era stato in guerra ma non voleva parlarne. Nessuno parlava dell’Avellino devastata dalle bombe. E io non riuscivo ad accettare quel silenzio”. Un confronto impreziosito dalla lettura di passi del libro affidata a Marianna Rossi e dai momenti musicali a cura di Tilde D’Ambrosio.



