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Il Barone di Candida e i problemi con la giustizia

Virgilio Iandiorio

Nell’anno 1045 la signora Domnanda nel castello di Serra davanti al notaio e ai testimoni donò ai fratelli Giovanni e Dauferio la quota a lei spettante su un pezzo di terra: “Declaro – così il notaio riportava- ego mulier nomine Domnanda me habere una pecia de rebus, qui est terra in loco Casale  de Candida. (C.D.V. 1.50) E’ la prima attestazione del toponimo “Candida”, comune della provincia di Avellino.

Non so se Candida abbia legato il suo nome a quello dei Filangieri o al contrario questi a quella.  La famiglia Filangieri rimase padrona di Candida fino al secolo XV.

Nel 1590 la baronia di Candida passò alla famiglia Magnacervo di Serino che la tenne per un secolo. Nel 1691, infatti, la baronia fu venduta a Marino Francesco Maria Caracciolo, principe di Avellino. Candida rimase dei Caracciolo fino all’eversione della feudalità nel 1806.

Proprio ad un esponente della famiglia Magnacervo si riferisce un atto del notaio Giulio Duardo di Manocalzati relativo alla concessione dell’indulto da parte di Filippo IV nel 1632 a Paolo Magnacervo “barone della Candida”, che si era macchiato di orrendi crimini in giovanissima età. Furono proprio i familiari di questo giovanissimo “don Rodrigo made in Irpinia”, a supplicare il re  e i suoi rappresentanti in Napoli  “di commutarli (a Paolo Magnacervo) la pena che se li avesse potuto dare per li homicidij che si pretende habbia deliberatamente commessi in persona del clerico  don Giovan Battista Amatuccio et Luca Santullo de San Potito per esser detto Paulo in tempo di detti delitti minore, et per altre cause esposte, et consimilmente di commutar la pena a Benedetto Napolillo, Felippo Vega, Pietro Raduazzo et Achille Ciccone similmente inquisiti di detti omicidi,  contumaci”.

Il re  “tenedo consideratione alla necessità publica ch’al presente corre del soccorso che s’ha da far in Alemagna, e nel stato di Milano” concesse l’indulto e la reintegrazione nel possesso dei suoi beni a condizione che il signor Paolo “serva Sua maestà personalmente con una compagnia di 150 fanti levantata [ messa su, reclutata] a sue spese e de più faccia similmente a sue spese leva di due altre compagnie dell’istesso numero servendo in quelle parti, dove da noi li sarà ordinato per il spatio di anni due”.

Per gli altri imputati il sovrano decise di concedere l’indulto e che “vadano a servire personalmente Sua Maestà in una di dette compagnie per anni tre”.

La concessione sovrana porta la data del 5 gennaio 1632; ma appena qualche mese dopo, il 29 maggio, il re ha un ripensamento e decreta: “Perché stamo informati ch’il sopradetto Paulo Magnacervo è di poca età, et in modo nessuno atto ad essere capitanio d’infanteria (…) c’ è parso con voto et parere del regio Collegio Consulens appresso di noi assistente, che restando in piedi la gratia fatta (…) non vada a servire detto Paulo Magnacervo, ne faccia lui le tre compagnie, ma che serva Sua Maestà con docati seimila et cinquecento in argento, acciò che possa fare la detta leva per persona di maggior esperienza et attitudine”.

Il 7 giugno dello stesso anno la somma stabilita “in causa Pauli Magnacervi filii Baronis S. Petiti, inquisiti de homicidiis cum ictibus, scoppittatis et cortellatis” venne interamente versata alla regia tesoreria, essendo stata prelevata dal Banco di Santyago sul conto di Clarice Barba.

Il 18 giugno, pochi giorni dopo il deposito, venne ordinato il dissequestro definitivo di tutti i beni feudali e burgensatici che erano stati sequestrati al Magnacervo, ai quali però il barone non potrà accostarsi per la durata di due anni, né potrà vivere nel tenimento della Provincia di Principato Ultra per lo stesso periodo.

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