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Nel Pd si va avanti in (dis)ordine sparso. Orfini, il migliore alleato di Renzi, propone di sciogliere il partito, come fosse un turista di passaggio! Calenda prima accende poi annulla il suo “caminetto” con Gentiloni, Renzi e Minniti. Zingaretti invita elettori in trattoria. Giachetti fa lo sciopero della fame. E il barbuto Martina, dallo sguardo allucinato e dall’aspetto monacale, anche quando annuncia le primarie a gennaio, non interessa nessuno. Dietro, padri nobili, fondatori e seconde linee, colti ma esangui, pagano la loro mancanza dl coraggio nel non aver saputo o voluto opporsi alla tragica deriva renziana. Di quella stagione, però, alcuni di essi hanno tratto molti vantaggi. Con loro, il solito variegato parterre di marpioni, ovviamente ansiosi di riconquistare i loro comodi seggi perduti. La tradizionale opinione di sinistra, intanto, oscilla tra comodi silenzi e isolate sortite. In questo bailamme, fluttua la smarrita platea dei militanti , che attende un segnale e una leadership nella quale tornare a credere.

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Il Pd , oggi, si trova di fronte al bivio più drammatico della sua non lunga storia. Recuperare il suo popolo o scomparire via via nell’irrilevanza politica. Quando i voti vengono più che dimezzati c’è qualcosa che si è rotto nel profondo dei meccanismi della rappresentanza politica. E quando una lunga serie di ripetute sconfitte non viene neppure analizzata, il disastro è inevitabile. Oggi, il dramma del Pd è che non può dire che quando lavoratori, sindacati, mondo della scuola e del piccoli risparmiatori bancari hanno abbandonato il partito avevano ragione, perché la leadership renziana guardava altrove, ai manager delle multinazionali, ai capitalisti emergenti, non certo alle difficoltà della gente comune. Renzi lo tiene ancora zavorrato con la sua forte influenza sui gruppi parlamentari. E niente è cambiato, del resto, nel modo di fare e di (non) analizzare dell’ex premier. Lo ha dimostrato la sua recente performance alla Festa dell’Unità. Il solito repertorio. Battute. Accuse. Irrisioni al governo e ai ministri per sollecitare applausi facili. Però nessuna traccia di autocritica. Né di vere prospettive per il futuro, ad eccezione della sua dichiarata volontà di non ricandidarsi alla segreteria. Renzi, comunque, vuole ritornare. Asfaltare gli avversari. Rottamare i suoi concorrenti. E’ solitario e autocratico. Il Pd, invece, ha bisogno di includere. E di ricostruire – insieme ad altri – una identità di sinistra smarrita.

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Di fronte alle prime mosse, appare alto il rischio che l’intero meccanismo di una possibile ripresa del Pd si inceppi. Gli attuali maggiorenti sembrano voler cominciare dalla coda. Cioè dal segretario. E’ vero che, in una società dell’immagine, la persona (e la personalità) del leader sono fondamentali . Esse però non bastano. Il prodotto politico deve essere appetibile. E oggi il Pd, dopo lo tsunami renziano, non lo è. Non ha identità. Non sembra avere valori di riferimento. Non ha un leader vero. Non ha un progetto politico per il Paese. Proprio la parabola berlusconiana – cioè dell’uomo che per primo in Italia ha applicato alla politica le tecniche pubblicitarie – avrebbe dovuto insegnare qualcosa. A chi diceva che aveva vinto per le Tv possedute, basterebbe far osservare che per due volte ha anche perso. E senza che le avesse vendute. A dimostrazione del fatto che, quando il prodotto Berlusconi (+centro-destra) è apparso credibile perché portatore di una proposta politica convincente, ha ottenuto ampi consensi. Quando lo stesso prodotto è apparso logorato o addirittura avariato, è stato sconfitto! Ebbene, nonostante queste evidenze, il Pd sembra avviarsi su una china – quella delle contrapposizioni personali – che rischia di non portarlo da nessun parte. L’auto-candidatura del pacioso e pasciuto Zingaretti, tipico uomo di apparato. Quella sussurrata di Boccia. Perfino quella ipotizzata di Gentiloni (su cui ripiegherebbero i renziani, che non hanno un candidato proprio) appaiono malposte. E rischiano di aggravare le lacerazioni. Di favorire una convergenza tattica di breve durata. Di azzerare, però, le possibilità di una vera ricostruzione di una componente indispensabile della democrazia italiana!

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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