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Il referendum: inutile diversivo 

Il referendum per l’indipendenza della Catalogna, la pesante repressione della polizia spagnola e il duro braccio di ferro instauratosi fra il governo centrale e la Generalitat barcellonese, hanno prodotto in Italia l’effetto collaterale di attirare l’attenzione sulle due consultazioni popolari indette in Lombardia e in Veneto per ottenere condizioni di maggiore autonomia di quelle già garantite dall’ordinamento dello Stato.

Niente di paragonabile fra le due regioni italiane a guida leghista e la crisi, dall’esito ancora incerto, aperta in Spagna dagli ultras catalani: il termine “indipendenza” è uscito da tempo dal vocabolario padano, e l’emarginazione di Umberto Bossi dal vertice del partito da lui fondato 28 anni fa è il risultato della conversione in senso nazionalista impressa da Matteo Salvini al suo movimento, non più separatista ma anzi disponibile a tentazioni sovraniste, tanto che lo stesso leader ha definito una “forzatura” l’ostinazione dei catalani. Ma allora che senso hanno i due referendum lombardo – veneti e come potranno incidere sui rapporti politici nell’incipiente campagna elettorale italiana?

Sul piano dei risultati concreti della consultazione, fissata per il 22 ottobre, si può dire tranquillamente che dopo il voto non cambierà nulla. Il successo dei quesiti autonomisti è scontato, ma altrettanto scontata è la loro inefficacia pratica. Le “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” chieste dai governatori delle due regioni sono già previste, nell’ambito delle possibilità, dall’articolo 116 della Costituzione, per un limitato numero di materie (tasse escluse) e in base ad una procedura strettamente concorsuale, il che vuol dire che le eventuali intese intercorse fra lo Stato e le Regioni interessate devono essere approvate a maggioranza assoluta dai componenti delle due Camere. Difficile che i parlamentari del Centro o del Mezzogiorno siano disposti a concedere ai governatori di due Regioni del Nord privilegi negati ai loro elettori. E allora? Posto che i due referendum hanno un valore meramente consultivo, è evidente che sul piano politico un successo in termini di affluenza alle urne rafforzerebbe Roberto Maroni e Luca Zaia nella trattativa col Governo e il Palamento, e farebbe da volano per la loro campagna elettorale per le regionali del 2018.

Ma c’è anche un rovescio della medaglia: poiché nessuno vuol lasciare ai due governatori leghisti il merito della vittoria, ecco che tutti i partiti, tranne Fratelli d’Italia, si sono affrettati, almeno a parole, a sostenere il sì referendario, pronti a spartirsi i dividendi del buon risultato ed a scaricare sui promotori la colpa di un esito negativo. La partita dello sfruttamento politico del voto di fine ottobre si gioca soprattutto nel centrodestra, dove è in corso un duro confronto per la leadership di una coalizione che ancora non è stata costruita.

Salvini, che pure non è un fanatico dei referendum perché non vede di buon occhio una crescita di influenza di Maroni e Zaia, si approprierebbe di un risultato positivo per vincere il suo braccio di ferro con Berlusconi; per lo stesso motivo il leader di Forza Italia, che certo non può tradire i suoi elettori lombardi favorevoli al sì, spera che le urne tradiscano le ambizioni leghiste e non si impegna nella campagna elettorale.

Giorgia Meloni, che sembrava la più vicina al “sovranista” Salvini, ha usato parole di fuoco contro il referendum, definito un “oltraggio alla Patria”. Insomma, una bella confusione, cui solo il voto popolare potrà mettere fine.

Per il momento, però, nella politica italiana, già di per sé confusa, i referendum autonomisti di Lombardia e Veneto appaiono un diversivo di cui non si avvertiva la necessità. La “questione settentrionale”, così come la “questione meridionale” meriterebbero maggiore serietà e più costruttiva attenzione da parte della politica nazionale.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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