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Il sottosuolo di Napoli nel nuovo libro dell’Indiana Jones della speleologia urbana

L’appuntamento con l’ingegnere-speleologo Clemente Esposito è fissato per lunedì prossimo, a Napoli, nella chiesa della Pietrasanta dove si presenterà il volume “Il sottosuolo di Napoli – Cave e scavi extramoenia”

– Di Antonio Emanuele Piedimonte

Dalle funi per scendere nelle viscere della terra alla tastiera del computer per raccontarne l’avventura: l’uscita di un nuovo libro dell’Indiana Jones del sottosuolo napoletano è sempre un evento. Stavolta l’appuntamento con l’ingegnere-speleologo Clemente Esposito è fissato per le 18 di lunedì prossimo, a Napoli, nella chiesa della Pietrasanta (al principio di via Tribunali), dove si presenterà il volume “Il sottosuolo di Napoli – Cave e scavi extramoenia” (edizioni Intra Moenia), una preziosa occasione per ritrovare e rendere omaggio al gran maestro del mondo ipogeo campano, colui che più di chiunque altro ha svelato i segreti della “città parallela”, autentica leggenda vivente per chi ama la storia di Partenope.

Di origini beneventane, i suoi ottantaquattro anni li ha trascorsi buona parte sottoterra, per far nascere la speleologia urbana, per aiutare i vigili del fuoco nelle sempre troppe emergenze (meritandosi il titolo di ufficiale ad honorem del corpo), per formare giovani studiosi e ricercatori di talento, per rilevare, cartografare, fotografare e descrivere circa 800 cavità, ovvero oltre un labirinto di un milione di metri quadrati e trenta milioni di metri cubi di vuoti sotterranei. Un’indagine minuziosa quanto straordinaria – ovviamente foriera di un gran numero di aneddoti – che ha permesso al Comune di Napoli di poter disporre di una mappa dettagliata dell’immenso sottosuolo cittadino, premessa indispensabile per accedervi e operarvi, e magari (si auspica) per prevenire quei cedimenti che in passato hanno provocato tragedie e danni in diversi quartieri.

SCAVI MILLENARI

La nuova pubblicazione dell’ingegnere-esploratore costituisce la seconda parte della sua “enciclopedia” e segue la naturale partizione degli scavi effettuati in duemila e passa anni nelle viscere della città. Così, dopo il volume dedicato agli acquedotti, qui il tema portante sono gli scavi realizzati per l’estrazione del tufo destinato all’edilizia, e anche stavolta si tratta di un’opera caratterizzata da un imponente corredo iconografico e dettagli tecnici che faranno la gioia degli addetti ai lavori.

La storia di Napoli è la storia del suo sottosuolo, il racconto delle sue storie, il riflesso della sua ombra, lì dove il silenzio accoglie il genius loci. Un labirinto fatto di misticismo e di edilizia, di ossari, templi e segreti ipogei, e naturalmente di grandi strutture indispensabili alla vita degli abitanti della città di sopra. In primis le opere realizzate per le antiche reti idriche, che per secoli hanno costituito un unico reticolo sotto i piedi dei napoletani – la rete serviva ogni palazzo costruito prima del 1886 –, de facto si poteva accedere alla città di sotto entrando dalla zona dei Ponti Rossi (dove si trova l’unica parte visibile in superficie dell’acquedotto romano) e alla fine, dopo una lunga “passeggiata” come quella fatta da un altro ingegnere famoso, Guglielmo Melisurgo (autore, nel 189, di una delle prime esplorazioni degli acquedotti), sbucare a ridosso della linea di costa, da buio rotto dalla luce delle torce all’esplosione dell’azzurro del mare.

IL GRANDE VUOTO

Una metropoli sospesa su un grande vuoto. Il sottosuolo può essere un pericolo per la città di sopra? La risposta è no. Almeno non nel caso degli acquedotti, le cui cavità hanno uno spessore in volta che veniva calcolato per rispettare la statica degli edifici sovrastanti, dunque si tratta di spazi sicuri (i problemi possono sorgere da eventuali scavi successivi dall’alto). Invece, le centinaia di cave di estrazione (oggetto della nuova pubblicazione) non costituivano una “rete” e per la maggior parte furono ricavate essenzialmente extra moenia, su territori in seguito inglobati nel complesso urbano. Ed è proprio questo il motivo che le rende meno sicure: trattandosi di aree che al tempo non erano urbanizzate, infatti, lo spessore delle volte e delle pareti era a volte esiguo, al punto da rendere fragili le cavità nonostante il tufo reagisca bene alla compressione (ma non al taglio e alla flessione). Da qui i cedimenti di cui si legge nelle pagine di cronaca.

VORAGINI E TRAGEDIE

Troppi gli eventi nefasti registrati dal dopoguerra ad oggi per poterli riassumere, ci limiteremo perciò a ricordare solo un paio di casi a loro modo esemplari. Il primo è la voragine che si aprì il 12 dicembre del 1996 nel quartiere Miano, a pochi passi dal Bosco di Capodimonte, facendo sprofondare un camioncino e l’officina di un fabbro che vi stava lavorando insieme con il figlio, una tragedia. L’esperienza di Clemente Esposito permise di comprendere subito la causa del crollo (il cedimento di un antico collettore) e di evitare altre conseguenze. In quell’occasione lavorò al fianco di un giovane funzionario dei vigili del fuoco, l’ingegner Michele La Veglia, con il quale sarebbe presto cementato un formidabile sodalizio prima professionale e poi umano che dura ancora oggi (è tra i relatori della presentazione). Ma la prima collaborazione con i pompieri risale al giugno del 1979, quando dalle tubature dei bagni e delle cucine dei palazzi e dai tombini delle strade nella zona dei Gradoni di Chiaia cominciò a risalire un denso fumo nero che provocò l’allontanamento di decine di famiglie dalle loro case per molti giorni. Gli speleologi (correndo gravi pericoli) scoprirono la causa dentro un’enorme cavità che aveva al suo interno una montagna di trucioli: per anni e anni un falegname che aveva la bottega sul pozzo l’aveva usata come discarica, e alla fine s’era incendiata producendo micidiali esalazioni. Quella volta non ci furono vittime, ma altri roghi sotterranei negli anni seguenti non finiranno altrettanto bene.

DAI GRECI AI BOMBARDAMENTI AEREI

Grazie anche ai suoi ottimi assistenti – prima dei quali la storica allieva Antonella Feola, anche lei ingegnere e speleologa, una fuoriclasse da annoverare tra le eccellenze partenopee – Esposito ha ben documentato nei suoi libri come nel corso della storia Napoli è stata servita da tre grandi sistemi idrici: il “Bolla” di origine greca (le cui sorgenti erano nel Vesuviano), l’“Augusteo” (inaugurato nel 10 d.C. e che si origina sulle montagne dell’Avellinese) e il “Carmignano” del 1631 (dal Beneventano).

Dunque, scendendo in uno degli oltre 4.000 pozzi della città (almeno sino alla loro chiusura, nel 1885, dopo l’ennesima epidemia di colera) si poteva camminare per chilometri tra cunicoli e cisterne sotterranee. Grandi e articolati spazi che durante la Seconda guerra mondiale salvarono migliaia di vite perché trasformati in rifugi: solo 413 furono ufficialmente registrati come ricoveri antiaerei. Ma gli antichi acquedotti e le cave divennero anche officine, nascondigli e depositi (nelle enormi cave di San Rocco, a Miano, ad esempio, vi nascosero, veicoli, pezzi di aerei, carri-armati).

IL MONDO DI SOTTO

Oggi solo una manciata di quelle quattrocento e passa cavità di cui si conosce l’indirizzo di accesso sono visibili e visitabili, si tratta dei noti percorsi turistici che fanno registrare sempre un gran numero di visitatori o di qualche parcheggio (come il cosiddetto “Antro di Mitra” a Chiaia), Mentre restano purtroppo interdetti molti spazi semplicemente straordinari sia per la suggestione visiva sia per la rilevanza storico-archeologica. Basti pensare all’immensa cavità di Salita Scudillo (una delle più grandi) che da decenni è un immenso deposito giudiziario per auto e moto, peraltro parzialmente invaso dal calcestruzzo che vi fu riversato (per sbaglio) durante i lavori di costruzione della tangenziale (lo spettacolo delle auto cementificate nelle grotte è una sorta di involontaria quanto eccezionale opera d’arte contemporanea). E tra i tanti esempi non si può evitare di far cenno alla cosiddetta “Cava greca” di Poggioreale (scoperta proprio da Esposito insieme agli altri componenti del Centro speleologico meridionale), l’unica rimasta praticamente intatta per 2500 anni perché crollò l’ingresso mentre vi stavano lavorando. Un gioiello unico, anche perché sulle pareti vi furono rinvenuti dei graffiti in parte riconosciuti (sono gli stessi usati dai “cavamonti” ellenici sui blocchi di piazza Bellini) e in parte mai decodificati (un piccolo mistero archeologico). Preziose tracce della Napoli greca che come altri tesori napoletani sono state abbandonate a sé stesse, lasciate alla mercé dei vandali, condannate all’oblio.

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