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Il Vescovo Melillo su proteste e crisi: quando si ferisce la dignità del lavoro si spezza il legame tra i giovani e la terra dei padri

“Dietro ogni campo coltivato – ribadisce – ci sono volti, storie, attese e domande che meritano di essere ascoltate. È da questo incontro con la vita concreta delle persone che nasce la nostra riflessione. Non possiamo guardare al mondo agricolo soltanto attraverso le categorie della produzione, dei costi e dei mercati. Insieme alla terra, rischiamo di perdere un patrimonio umano, culturale e spirituale che appartiene a tutti”

Arriva dal vescovo di Ariano Irpino e Lacedonia Sergio Melillo una riflessione su mondo agricolo e aree interne del Mezzogiorno in difesa della dignità dei lavoratori.  Melillo sceglie di partire dalle parole di Papa Francesco “La terra ci precede e ci è stata data”(Laudato si’, n. 67)”. Parole che “ci invitano a cambiare il nostro sguardo sulla terra: non siamo padroni assoluti di ciò che abbiamo ricevuto, ma custodi di un dono che ci precede e che siamo chiamati a trasmettere a chi verrà dopo di noi. È una prospettiva che interpella profondamente il mondo agricolo del Mezzogiorno e, in modo particolare, le nostre aree interne, dove la terra non è soltanto una risorsa economica, ma parte viva della storia, dell’identità e della dignità delle comunità. Questa consapevolezza appartiene anche alla grande tradizione spirituale di quanti hanno saputo riconoscere nella terra non soltanto una fonte di sostentamento, ma un dono affidato alla responsabilità dell’uomo. Don Primo Mazzolari, sacerdote profondamente vicino alla vita dei contadini, ricordava: «La terra è di Dio, la fecondità della terra è di Dio, le vostre braccia sono di Dio, la vostra intelligenza è di Dio». In queste parole ritroviamo il senso più profondo della custodia: la terra non è una proprietà da sfruttare, ma un dono da coltivare con sapienza, rispetto e gratitudine. Il lavoro di chi la coltiva è una partecipazione concreta all’opera della creazione e alla costruzione del bene comune. Attraversando le strade dell’Irpinia e delle nostre splendide terre del Sud, lo sguardo incontra colline generose, vigneti, uliveti, pascoli e piccoli borghi raccolti intorno ai loro campanili, dietro i quali si celano case vuote e anziani soli. È una bellezza che racconta la tenacia di generazioni che hanno saputo abitare territori non sempre facili, trasformare la fatica in lavoro, la povertà in ingegno e la fedeltà alla propria terra in una forma concreta di speranza. Ma chi attraversa questi luoghi con lo sguardo del pastore non può fermarsi alla bellezza del paesaggio. Deve imparare a leggere anche ciò che non si vede immediatamente: la preoccupazione di una famiglia che non sa se riuscirà a mandare avanti la propria azienda, la solitudine di un allevatore, l’incertezza di chi attende un raccolto, la stanchezza di chi teme che i propri sacrifici non siano sufficienti a garantire un futuro”.

“Dietro ogni campo coltivato – ribadisce – ci sono volti, storie, attese e domande che meritano di essere ascoltate. È da questo incontro con la vita concreta delle persone che nasce la nostra riflessione. Non possiamo guardare al mondo agricolo soltanto attraverso le categorie della produzione, dei costi e dei mercati. Insieme alla terra, rischiamo di perdere un patrimonio umano, culturale e spirituale che appartiene a tutti. Una fatica che chiede giustizia. L’agricoltura attraversa una stagione complessa. L’aumento dei costi di produzione, dai carburanti ai fertilizzanti, dalle sementi all’energia, si accompagna spesso a prezzi riconosciuti ai produttori che non compensano adeguatamente le spese sostenute e il valore del loro lavoro. La volatilità dei mercati, il peso degli adempimenti burocratici e le difficoltà di accesso al credito rendono particolarmente fragile la condizione delle piccole e medie aziende, componente essenziale del tessuto economico e sociale delle aree interne. A queste difficoltà si aggiungono gli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici. La siccità, la scarsità d’acqua, le piogge violente, le gelate tardive e gli eventi meteorologici estremi mettono a rischio i raccolti e rendono difficile programmare il futuro. Vi sono poi la frammentazione dei fondi, la carenza di infrastrutture, i collegamenti insufficienti, la distanza dai mercati e la mancanza di servizi adeguati. Nelle zone collinari e montane queste difficoltà pesano ancora di più, colpendo in modo particolare gli allevatori e quanti continuano a lavorare in territori nei quali produrre può costare di più, mentre le opportunità sono spesso minori. Vi è una contraddizione che non possiamo ignorare: troppo spesso il reddito riconosciuto a chi coltiva la terra non è proporzionato alla fatica del lavoro, agli investimenti necessari, ai rischi affrontati e al valore dei beni prodotti. Intere giornate trascorse nei campi, sacrifici familiari e responsabilità economiche non sempre trovano un adeguato riconoscimento nel guadagno finale. Accade così che chi contribuisce quotidianamente a nutrire la società debba faticare per assicurare a sé e alla propria famiglia condizioni di vita dignitose. Questa sproporzione non può essere considerata soltanto una conseguenza inevitabile delle leggi del mercato. Essa interroga la coscienza collettiva e pone una questione di giustizia: può dirsi davvero giusta una società nella quale il lavoro di chi produce il cibo indispensabile alla vita non garantisce un reddito adeguato per vivere? La dignità del lavoro agricolo non può essere riconosciuta soltanto attraverso parole di apprezzamento o celebrazioni delle tradizioni contadine. Ha bisogno di tradursi in condizioni economiche e sociali concrete, in una più equa distribuzione del valore lungo le filiere produttive e nella possibilità, per gli agricoltori, di guardare al futuro senza che ogni raccolto diventi una scommessa sulla sopravvivenza della propria azienda”.

Melillo ricorda che “Quando il lavoro non assicura una giusta remunerazione, non è soltanto l’economia agricola a essere impoverita: viene ferita la dignità di chi lavora, si indebolisce la fiducia nel futuro e si spezza progressivamente il legame tra le nuove generazioni e la terra dei padri. La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che l’economia deve essere al servizio della persona e del bene comune. Già san Paolo VI, nell’enciclica Populorum progressio, ricordava che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n. 87). È un’affermazione che conserva tutta la sua attualità anche per le nostre terre. Non può esservi autentico sviluppo dove il lavoro non assicura dignità e dove le disuguaglianze territoriali privano intere comunità della possibilità di costruire il proprio futuro. In questa prospettiva, la riflessione sulla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV ci invita a riconoscere che la centralità della persona deve orientare ogni scelta economica e sociale. Il progresso scientifico e le nuove possibilità offerte dalla tecnologia acquistano il loro significato più autentico quando contribuiscono a rendere la vita umana più dignitosa e le comunità più capaci di futuro. Anche il mondo agricolo ci pone davanti a questa domanda essenziale: quale valore attribuiamo alla persona quando il suo lavoro viene misurato soltanto in termini di costi, produttività e competitività? L’agricoltore non è un semplice operatore economico, né la sua fatica può essere ridotta a una voce di bilancio. Attraverso il proprio lavoro sostiene la famiglia, contribuisce a nutrire gli altri e partecipa alla costruzione della vita comune. Non possiamo ritenere sostenibile un sistema nel quale il peso delle crisi ricada prevalentemente sui produttori più deboli. Parlare di agricoltura significa parlare di giustizia sociale, di equità nelle relazioni economiche e di responsabilità verso il bene comune. Quando si abbandonano i campi, si impoverisce una comunità. La crisi dell’agricoltura non si misura soltanto nel numero delle aziende che chiudono o nella diminuzione delle superfici coltivate. Le sue conseguenze raggiungono il paesaggio, l’ambiente, la vita dei paesi e la qualità delle relazioni umane. Quando un’azienda cessa la propria attività, non scompare soltanto un’impresa economica. Viene meno un presidio del territorio, si interrompe la trasmissione di competenze, si abbandonano terreni che richiedono cura e si indebolisce quella presenza quotidiana che contribuisce alla manutenzione del paesaggio e alla prevenzione di alcuni rischi ambientali. A questa crisi si accompagna il dramma dello spopolamento. Nei nostri paesi, la partenza di tanti giovani non è mai soltanto una vicenda individuale. Ogni giovane che se ne va porta con sé energie, competenze, desideri e possibilità di futuro. Quando partire diventa una necessità anziché una scelta, siamo davanti a una questione che riguarda l’intera comunità nazionale. Che cosa diventeranno i nostri borghi se le nuove generazioni non potranno più immaginare qui il proprio futuro? Chi continuerà a coltivare i campi, a custodire gli allevamenti, a mantenere vive le tradizioni, a frequentare le scuole, ad accompagnare gli anziani e a dare vita a nuove famiglie? Non possiamo meravigliarci se i giovani abbandonano l’agricoltura quando vedono i propri genitori lavorare duramente per un reddito che non corrisponde ai sacrifici sostenuti”.

Nella lettera si ricorda come “La crisi del ricambio generazionale nasce anche dalla difficoltà di riconoscere nel lavoro agricolo una prospettiva economicamente sostenibile. Non si può chiedere ai giovani di amare la propria terra se non si creano le condizioni perché possano viverci dignitosamente. L’amore per le proprie radici è una ricchezza, ma non può sostituire il lavoro, i servizi, la formazione, le infrastrutture e le prospettive di reddito. La scelta di restare deve poter essere libera, non il risultato dell’assenza di alternative. Questa consapevolezza si è fatta voce comune nella Lettera aperta al Governo e al Parlamento sulle Aree interne, sottoscritta dai vescovi riuniti a Benevento nell’agosto 2025. In quel documento abbiamo espresso la preoccupazione per l’allargarsi delle disuguaglianze, per le nuove solitudini e per il rischio che lo spopolamento venga considerato un processo ormai irreversibile. Come vescovi e pastori, non possiamo rassegnarci a una prospettiva nella quale intere comunità siano accompagnate verso il declino, quasi che il loro svuotamento rappresenti un destino inevitabile. Non possiamo accettare che la distanza dai grandi centri diventi una condanna alla marginalità. La questione agricola, pertanto, non riguarda soltanto gli agricoltori. Riguarda il diritto delle comunità delle aree interne a continuare a esistere, a progettare, a generare vita. Riguarda la possibilità che il Mezzogiorno non sia considerato soltanto una terra dalla quale partire, ma anche una terra nella quale sia possibile scegliere di restare, tornare e costruire. Le aree interne non possono essere considerate soltanto territori da assistere. Sono comunità portatrici di storia, competenze e risorse, capaci di elaborare progetti e di contribuire al futuro dell’intero Paese. Occorre riconoscere e sostenere questa capacità, perché la consapevolezza delle difficoltà non si trasformi in rassegnazione, ma diventi occasione di responsabilità e iniziativa. Lo sguardo del pastore: ascoltare, accompagnare, custodire. Come pastore di questa Chiesa particolare, sento che attraversare questi territori significa lasciarsi interrogare dalla loro bellezza, ma anche dalle loro ferite. Significa incontrare persone che non chiedono compassione, bensì attenzione, rispetto e condizioni più giuste per il proprio lavoro. Significa ascoltare chi teme di non poter continuare un’attività ricevuta dai genitori e chi desidera consegnare ai propri figli un’azienda capace di offrire opportunità, non soltanto sacrifici. La Chiesa non possiede tutte le risposte ai problemi economici e strutturali dell’agricoltura. Non le compete sostituirsi alle istituzioni, alle organizzazioni professionali o alle responsabilità del mondo imprenditoriale. Le compete, però, non distogliere lo sguardo, dare voce a chi rischia di non essere ascoltato, promuovere il dialogo e ricordare a tutti che il bene comune non può essere costruito lasciando indietro le persone e i territori più fragili. Papa Leone XIV, incontrando i Movimenti Popolari il 23 ottobre 2025, ha richiamato il valore della terra, della casa e del lavoro come diritti fondamentali, invitando a guardare le trasformazioni del nostro tempo anche dalla prospettiva delle periferie. È un richiamo che interpella le nostre comunità: anche le aree interne del Mezzogiorno rischiano di diventare periferie non soltanto geografiche, ma economiche e sociali, quando la distanza dai luoghi delle decisioni si traduce in minori opportunità e diritti più difficili da esercitare. Questa prospettiva interpella anche la nostra presenza pastorale. Non possiamo limitarci a constatare lo spopolamento, la solitudine degli anziani o le difficoltà delle imprese agricole: siamo chiamati a incontrare le persone, ad ascoltarne le domande e a contribuire, insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, alla ricerca di risposte. Nella stessa Lettera dei vescovi abbiamo richiamato la responsabilità della comunità ecclesiale, una delle presenze ancora capillarmente radicate in molti territori fragili. Le nostre parrocchie, le Caritas, le associazioni e le realtà di volontariato sono luoghi di relazione, prossimità e partecipazione. Possono contribuire a ricostruire legami, riconoscere bisogni, valorizzare risorse e accompagnare le comunità nella ricerca di nuove possibilità. La prossimità pastorale non può limitarsi a una parola di consolazione. Deve diventare capacità di ascolto, discernimento e impegno. Anche le nostre comunità ecclesiali sono chiamate a creare occasioni di incontro con gli agricoltori, favorire il dialogo tra le generazioni, sostenere le esperienze di cooperazione e promuovere una cultura del consumo responsabile. Le parrocchie possono offrire spazi di ascolto e confronto nei quali le difficoltà del mondo agricolo diventino motivo di riflessione e responsabilità condivisa. Le comunità cristiane non possono limitarsi a custodire la memoria di ciò che questi territori sono stati. Sono chiamate a partecipare, con umiltà e responsabilità, alla costruzione di ciò che potranno diventare, affinché la rassegnazione lasci spazio alla partecipazione e l’attesa si trasformi in iniziativa. In questa prospettiva, l’enciclica Laudato si’ continua a offrirci un orientamento prezioso. Ci invita a comprendere che la cura della casa comune e la cura delle persone sono inseparabili. Non possiamo difendere l’ambiente dimenticando chi lo abita e lo lavora; allo stesso modo, non possiamo promuovere uno sviluppo economico che consumi le risorse naturali e comprometta il futuro delle generazioni che verranno. La terra è un dono, ma ogni dono porta con sé una responsabilità. Coltivarla significa entrare in una relazione che richiede rispetto, pazienza e capacità di attendere. L’agricoltore lo sa bene: non tutto dipende dalla sua volontà, non ogni seme produce il frutto sperato, non ogni stagione offre ciò che si attende. Eppure, anno dopo anno, si continua a seminare. In questo gesto quotidiano c’è una sapienza che parla anche alla nostra società: non esiste futuro senza cura, non esiste raccolto senza lavoro, non esiste speranza senza responsabilità condivisa. Un’alleanza per il futuro delle aree interne. Se vogliamo custodire la terra del Sud, dobbiamo trasformare la consapevolezza in scelte concrete. Non bastano dichiarazioni di apprezzamento per il mondo agricolo, né possiamo limitarci a riconoscerne il valore quando i prodotti arrivano sulle nostre tavole o quando il paesaggio diventa una meta turistica. Occorre una rinnovata alleanza tra istituzioni, organizzazioni professionali, imprese, associazioni, comunità locali e cittadini. È urgente cambiare lo sguardo con cui raccontiamo questi territori, superando una lettura concentrata esclusivamente sugli indicatori del declino. Le aree interne non sono soltanto luoghi periferici: sono territori con storie, culture, competenze e risorse che possono contribuire al futuro dell’intero Paese. Questo cambiamento di prospettiva non significa negare le difficoltà, ma affrontarle senza trasformarle in una condanna. Significa riconoscere le esperienze positive già presenti, sostenere le iniziative capaci di generare sviluppo e favorire la collaborazione tra soggetti diversi. Alle istituzioni spetta garantire politiche coerenti e continuative, sostenere gli investimenti, semplificare gli adempimenti, migliorare le infrastrutture e assicurare servizi adeguati anche ai territori più periferici. È necessario investire nella gestione sostenibile delle risorse idriche, nella prevenzione dei rischi climatici, nella tutela del suolo e nell’innovazione. Non meno importante è assicurare il diritto alla salute, all’istruzione, alla mobilità e alla connettività. Senza collegamenti efficienti, scuole, presidi sanitari e opportunità formative, anche l’impresa più dinamica rischia di trovarsi isolata. Difendere l’agricoltura significa perciò difendere la possibilità di una vita dignitosa nei nostri paesi. Al mondo economico chiediamo filiere più giuste, nelle quali il valore sia distribuito in modo equilibrato e il peso delle difficoltà non venga scaricato sui produttori più deboli. Occorre favorire la cooperazione tra le aziende, rafforzare le organizzazioni dei produttori e valorizzare le produzioni locali, riconoscendo la qualità, la sostenibilità e il lavoro che rendono possibile ogni raccolto. Il progresso scientifico, la ricerca e le nuove tecnologie possono offrire strumenti preziosi per affrontare le sfide dell’agricoltura, migliorare l’uso delle risorse naturali e rendere più sostenibili le coltivazioni. Ma l’innovazione deve essere accessibile anche alle piccole aziende e alle realtà territoriali più fragili. Non possiamo immaginare un’agricoltura del futuro nella quale la modernizzazione diventi un ulteriore fattore di esclusione. La tecnica deve essere al servizio dell’uomo, e non l’uomo al servizio della tecnica. Per questo le politiche per l’innovazione devono essere accompagnate da investimenti nella formazione, nell’accesso al credito e nelle infrastrutture digitali. Un’attenzione particolare deve essere riservata alle nuove generazioni. Favorire il ricambio generazionale significa rendere accessibili la terra, il credito, la formazione e le competenze necessarie per innovare. Significa sostenere chi desidera avviare un’impresa agricola e chi intende proseguire l’attività familiare, accompagnando l’incontro tra i saperi della tradizione e le opportunità offerte dalla ricerca e dalla tecnologia. Non dobbiamo contrapporre tradizione e innovazione. La tradizione non è la ripetizione immobile del passato, ma una ricchezza viva che può generare futuro quando incontra intelligenza, creatività e capacità di cambiamento. Dobbiamo inoltre incoraggiare chi desidera tornare nei luoghi d’origine e chi sceglie di costruire qui la propria vita professionale e familiare. La rigenerazione dei borghi, il recupero degli edifici abbandonati, le nuove forme di lavoro, il turismo sostenibile e la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici possono concorrere a un progetto organico di sviluppo, purché siano coerenti con le caratteristiche dei territori e con i bisogni delle persone. Anche le comunità sono chiamate a fare la propria parte. Scegliere prodotti locali, conoscere chi li produce, sostenere le iniziative di filiera corta e le esperienze di cooperazione sono gesti che contribuiscono a costruire un’economia più vicina alle persone. Non risolvono da soli problemi strutturali, che richiedono politiche e investimenti, ma aiutano a ricostruire un rapporto di fiducia tra chi produce e chi consuma. Nella Lettera dei vescovi abbiamo indicato un obiettivo che ritengo particolarmente importante: promuovere un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico. Prima ancora che tornino ad aumentare gli abitanti, dobbiamo restituire a questi territori la possibilità di pensarsi al futuro, di elaborare progetti, di mettere in rete competenze e di riconoscersi protagonisti del proprio sviluppo. È una prospettiva che richiama il pensiero di don Luigi Sturzo, sacerdote e grande interprete della questione meridionale, che riconosceva nelle autonomie locali, nella cooperazione e nell’iniziativa delle comunità strumenti fondamentali per il riscatto del Mezzogiorno. La sua lezione ci ricorda che lo sviluppo non può dipendere soltanto da decisioni e interventi esterni, ma richiede la partecipazione responsabile delle popolazioni e la valorizzazione delle energie presenti nei territori. Le comunità non possono essere considerate semplici destinatarie di decisioni prese altrove. Devono essere ascoltate e coinvolte nella costruzione delle politiche che le riguardano. Le istituzioni, le organizzazioni professionali, le imprese, le associazioni e le Chiese locali sono chiamate a collaborare, superando frammentazioni e contrapposizioni. Non possiamo continuare ad attendere che il futuro delle nostre terre venga deciso esclusivamente altrove. Occorre ritrovare la fiducia nella capacità delle comunità di riconoscere i propri bisogni, valorizzare le proprie risorse e costruire alleanze. La responsabilità delle istituzioni rimane essenziale, ma deve incontrare la partecipazione attiva delle persone e dei territori. Il futuro delle aree interne non è una responsabilità di pochi, ma una questione che riguarda l’intero Paese. Il futuro comincia dalla terra che custodiamo oggi. C’è una domanda che accompagna il mio attraversare questi territori: quale futuro stiamo preparando per le nostre terre e per le persone che le abitano? Non possiamo rispondere soltanto guardando ai risultati economici del presente. Dobbiamo chiederci se le nostre scelte renderanno possibile, domani, continuare a coltivare, allevare, abitare e generare comunità. Una terra senza agricoltori rischia di diventare una terra senza futuro. Ma anche una terra senza giovani, senza servizi e senza prospettive rischia di non avere più chi possa custodirla. Per questo la difesa dell’agricoltura deve diventare parte di un progetto più ampio di rinascita delle aree interne, capace di tenere insieme lavoro, ambiente, cultura, servizi e coesione sociale. La Parola di Dio ci consegna un’immagine di straordinaria bellezza e attualità. Il profeta Isaia, annunciando un tempo nuovo di giustizia e di speranza, scrive: «Fabbricheranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto» (Is 65,21). In queste parole riconosciamo un desiderio che attraversa anche la storia delle nostre comunità: poter abitare la propria terra, vivere dignitosamente del proprio lavoro e raccogliere i frutti della propria fatica. È un orizzonte di giustizia che interpella le nostre responsabilità presenti, perché una terra è veramente feconda non soltanto quando produce frutti, ma quando consente a chi la coltiva di vivere con dignità. Il Mezzogiorno non è soltanto una terra che porta i segni di difficoltà antiche e nuove”.

Si ribadisce come “È anche una terra di risorse, di intelligenze, di imprese coraggiose, di comunità tenaci e di giovani che continuano a immaginare strade nuove. Non dobbiamo cedere né alla rassegnazione né a una visione idealizzata del passato. Papa Leone XIV ha voluto affidare al Signore il lavoro degli agricoltori, ricordando che è grazie alla loro fatica se non ci manca il pane quotidiano. In questa semplice espressione ritroviamo una verità che rischiamo di dimenticare: dietro il pane di ogni giorno vi sono la generosità della terra, il lavoro delle mani e la responsabilità di uomini e donne ai quali dobbiamo non soltanto gratitudine, ma giustizia. A quanti ogni giorno seminano, coltivano, allevano e attendono con pazienza i frutti della terra, desidero dire che la vostra fatica ha valore, la vostra presenza è una ricchezza e il vostro futuro ci riguarda tutti. Non siete ai margini della storia. Siete protagonisti di una responsabilità essenziale: custodire un patrimonio umano, culturale e ambientale che appartiene all’intero Paese. Ai giovani che desiderano rimanere o tornare nelle proprie comunità rivolgo un incoraggiamento particolare: non rinunciate a immaginare un futuro possibile nella vostra terra. Ma questa speranza non può essere affidata soltanto alla vostra determinazione. È responsabilità di tutti creare condizioni perché i vostri progetti possano diventare realtà. Alle istituzioni, alle imprese e a quanti hanno responsabilità pubbliche e sociali rivolgo un invito a considerare le aree interne non come territori destinati inevitabilmente al declino, ma come luoghi nei quali investire con intelligenza e lungimiranza. Ogni azienda che riesce a innovare, ogni giovane che trova le condizioni per lavorare, ogni terreno recuperato all’abbandono, ogni servizio restituito a un paese rappresenta un passo concreto verso un futuro più giusto. Come Chiesa, vogliamo continuare a camminare accanto agli agricoltori, condividendone le fatiche, ascoltandone le domande e sostenendone le speranze. Vogliamo contribuire a costruire comunità capaci di riconoscere il valore del lavoro, promuovere la solidarietà e custodire il creato come una responsabilità affidata a tutti. Alla luce della Magnifica Humanitas, sentiamo ancora più forte la responsabilità di custodire ciò che rende veramente umana la nostra convivenza. La dignità di una persona non dipende dal luogo in cui nasce, dalla redditività del lavoro che svolge o dalla possibilità di competere nei mercati globali. Ogni uomo e ogni donna hanno un valore che nessuna marginalità geografica ed economica può cancellare. Difendere le aree interne significa anche affermare che nessuna comunità è trascurabile, nessun territorio è privo di valore e nessuna vita può essere considerata uno scarto. La custodia della terra e la custodia dell’umanità sono, in definitiva, due dimensioni inseparabili della stessa responsabilità. Prendersi cura dei campi significa prendersi cura di chi li lavora; sostenere i giovani significa rendere possibile la continuità delle comunità; promuovere uno sviluppo sostenibile significa consegnare alle generazioni future non soltanto risorse naturali, ma luoghi vivi nei quali abitare, lavorare, incontrarsi e sperare. La terra ci precede e ci è stata data. Non ci appartiene in modo assoluto: ci è affidata. E ciò che ci è affidato chiede cura, responsabilità e amore. Attraversando le nostre splendide terre, tra la bellezza dei campi e le preoccupazioni di chi li coltiva, sento che la domanda sul futuro dell’agricoltura è, in fondo, una domanda sul futuro di tutti noi. Vogliamo essere una società che consuma i propri territori fino a svuotarli, oppure una comunità capace di custodirli, renderli abitabili e consegnarli alle generazioni future? La risposta si costruisce oggi, nelle scelte delle istituzioni, nella responsabilità dell’economia, nelle decisioni delle famiglie e nella vita quotidiana delle nostre comunità. La speranza delle nostre terre non consiste nel negare le difficoltà, ma nel rifiutare che siano l’ultima parola. Consiste nel riconoscere che anche i luoghi più fragili possono generare futuro, quando le persone non vengono abbandonate, le risorse sono valorizzate e le responsabilità diventano impegno condiviso. È questa la terra dove siamo stati piantati, questa la terra che siamo chiamati a custodire. È questa la speranza che siamo chiamati non soltanto a custodire, ma a generare e trasmettere.

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