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Irene Cocco: il mio legame con il Sud, un invisibile filo rosso

di Floriana Mastandrea

Scrittrice, pittrice nel tempo libero, sceneggiatrice, Irene Cocco è stata recentemente premiata al Festival di Castellammare del Golfo (TP) per la miglior sceneggiatura (col regista Alessandro Bencivenga), de L’invisibile filo rosso, attualmente nelle sale, ed è intervenuta anche alla serata di chiusura dell’AIFF di Ariano Irpino (AV), dove ha ricevuto una targa Menzione speciale.
Non potevo non chiederle come sia nata la sua passione per la scrittura
Credo sia collegata a mio padre, che oltre a declamare le poesie di Garcia Lorca, scriveva a sua volta poesie e racconti brevi. Anch’io cominciai a scrivere poesie e libricini che illustravo e rilegavo con la pinzatrice: mia madre li ha conservati fino ad oggi.

Come si origina il rapporto con il cinema?
Anzitutto dalla mia grande passione per tutto quello che è cinematografico, tanto che nel piano di studi universitario (Lettere classiche) ho seguito un corso biennale di Storia e Critica del cinema, poi nel 2019, quando Alessandro Bencivenga fece il suo primo lungometraggio a Trento, approfittai di avere un regista a poca distanza da casa mia, per chiedergli se fosse interessato a una mia collaborazione sul corto relativo all’amicizia tra Massimo Troisi e Alfredo Cozzolino. Scrissi in italiano, ma ci sembrò più adatto tradurlo in napoletano, tanto che collaborai con Federico Salvatore, che me lo tradusse. Lo intitolammo “O’ tiempo ‘e ll’amicizia”: fu un’esperienza bellissima e mi piacque molto conoscere il dialetto, o meglio, la lingua napoletana,

Come nasce la sceneggiatura dell’Invisibile filo rosso?
 È un lavoro frutto di anni, nato dall’idea di dare voce a una vicenda accaduta molto tempo fa in Trentino su una presunta apparizione, smentita sul giornale di Cesare Battisti da un giovane Mussolini che allora vi lavorava: arrivato a Trento, fece luce sulla vicenda con un’intervista. Si era trattato in realtà di un abuso su minore da parte di un prete. Partendo da quell’episodio, abbiamo cercato storie significative e siamo arrivati al manicomio di Pergine Valsugana. Io e il regista abbiamo cominciato una lunga ricerca, prendendo informazioni e studiando le cartelle degli internati, dei quali ho intervistato vari parenti. Così abbiamo scoperto la storia di un uomo, vivente, che era stato internato per antifascismo, perché girava per Trento un po’ alterato, gridando contro il regime. Da questa vicenda parte la trama del film, incentrata su un giovane infermiere che da Ischia si reca a lavorare in Trentino e tra i due nasce un’amicizia. Da qui lo spunto, sia per parlare del giovane Mussolini a Trento, sia di Ida Dalser (interpretata da Ornella Muti), la presunta o fattibile moglie trentina di Mussolini, che da questi, in quel periodo, era stata fatta internare. Di lei ho decifrato e letto decine di lettere scritte di suo pugno. Il film vuol essere anche un omaggio all’unione tra Nord e Sud: come il regista che dal Sud è venuto a vivere e lavorare a Trento, anche l’infermiere negli anni Cinquanta arriva dalla Campania per lavorare nel manicomio di Pergine. Anch’io, sebbene sia nata e viva a Trento, sono di origini meridionali: mio padre è pugliese e mia madre campana, anche se entrambi nati qui, in quanto i miei nonni erano immigrati nel dopoguerra.

Quali le finalità del film?
Come scrittrice mi interessava dare voce a chi non l’ha avuta. Non è un film crudo, basato su un sistema di abusi o crudeltà, come tiene a precisare anche Alessandro. Io ho intervistato molti infermieri o figli di infermieri, che erano lì già negli anni Venti. Tutti ci hanno tenuto a dire che in quell’ambiente c’era anche molta cura. Uno degli infermieri intervistati, purtroppo venuto a mancare, mi raccontava di come sua madre portasse a cena a casa sua, le internate meno pericolose dell’area femminile. Mi diceva che sua madre non avrebbe mai legato o alzato le mani su quelle persone, tanto che a sua volta se ne era preso cura ed era diventato anche lui infermiere. Alcuni, come Valerio Fontanari, marito di una psichiatra che lavorava in ospedale negli anni Settanta, per gli internati facevano anche attività ricreative, come uscite e musicoterapia. Non dimentichiamo che molti non erano persone da rinchiudere, quanto piuttosto vittime di un sistema, come mi ha raccontato ad esempio, una ragazza intervistata, la cui nonna aveva subito violenza sessuale e rimasta incinta, era impazzita dal dolore e dalla rabbia: per questo l’avevano rinchiusa.    A fine ottobre uscirà il mio libro, All’ombra delle mura, che è il film arricchito di ulteriori particolari, comprese tutte le interviste.

Hai scritto diversi libri, a cominciare da: Il Postino. La metafora di un’emozione
Ho fatto un’analisi approfondita della pellicola e del libro, intervistando critici e attori ancora in vita, tranne Noiret, Troisi e Scarpa, che purtroppo non ci sono più. Un intero capitolo è dedicato ad Antonio Skarmeta (ndr, scrittore cileno), autore del Postino di Neruda, che Troisi ebbe il grande merito di far conoscere in Italia attraverso il suo splendido film, Il postino (1994).  OItre le parole, è invece un viaggio alla scoperta del potere della comunicazione. Sono anche un’insegnate di italiano: quando ho scritto il libro ero alle superiori, quest’anno sono alle medie. Sono precaria: ora dovrò fare l’abilitazione.                                                                                                                            Doveva essere per sempre, è un romanzo sulla fragilità della condizione umana ispirato ai romanzi russi. Ho iniziato la sua stesura mentre mi trovavo a San Pietroburgo: uno dei miei autori preferiti è Dostoevskij.                                                                                                                                                                                     Sei anche coach                                                                                                                                                              Ho preso l’abilitazione di coach che per la verità, è servita a me per prima: è un bellissimo tipo di coaching, che ha che fare con i processi linguistici e la dialettica. Parte dall’idea della maieutica socratica, secondo la quale attraverso il dialogo e le domande giuste, una persona fa emergere delle verità o delle risposte che sono già dentro di sé. Il coach è una figura neutrale, uno strumento che tramite un procedimento, pone le domande giuste. Collaboro con la scuola di Milano che ho frequentato, Crea. Dove vivo inoltre, c’è una rete di donne, che conosco tramite un’associazione, a cui, non so se si possa dire, quando devono affrontare percorsi difficili, come separazioni o divorzi, talvolta offro la mia consulenza a titolo gratuito.
A Irene, che ha mostrato titubanza nel rivelare che fa beneficenza, diciamo che non solo è giusto dirlo, ma che quello che fa, è parte della sua missione, poiché ognuno di noi ne ha una (sebbene non tutti comprendano la propria), e che il suo operato merita elogi ed è espressione di nobiltà d’animo: in tempi di sfrenato egoismo ed avidità, cosa può nobilitare di più una persona, se non la solidarietà, la sua disinteressata generosità verso il prossimo, che tutti dovremmo imparare a praticare, mettendo a disposizione le nostre competenze?                                                                                                                                                                     

Breve scheda di Irene Cocco                                                                                                                                       Nasce (1979) a Trento, dove si laurea in Lettere con il massimo dei voti e la lode. A 24 anni pubblica un capitolo sul dolore e l’espressione artistica, nel volume “L’identità imprigionata, tra patologie ed atti creativi”, curato da Aldo Nardi. Ha vinto numerose borse di studio nazionali ed internazionali. A 25 anni vince la borsa di studio della Fondazione Trentino Università, grazie alla quale svolge un Master alla Queen Margaret University di Edimburgo, occupandosi dei processi creativi come forma di terapia. Non ha mai smesso di scrivere, dalla collaborazione con la rivista universitaria Il Cielo metropolitano, fino a quella con i quotidiani L’Adige e Alto Adige e numerosi magazine on line. Nel 2015 pubblica il romanzo d’esordio, “Doveva essere per sempre” (Ed. Curcu e Genovese); nel 2023 pubblica un manuale di comunicazione efficace spiegata agli adolescenti “Oltre le parole” (Ed. Scienza Express); nel 2024 pubblica “Il Postino. La metafora di un’emozione” (Ed. Valle del Tempo).   Nel giugno 2023 diventa coach presso la scuola di coaching Crea e da lì inizia il suo viaggio tra nozioni di coaching e la scrittura come strumento del processo creativo.  Il 26 ottobre uscirà il libro da cui è tratto il film L’invisibile filo rosso, intitolato “All’ombra delle mura” (Santini Editore).  Nel tempo libero ama dipingere.                                                                                                                                                                     

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