di Rosa Bianco
C’è un momento, raro e necessario, in cui la letteratura smette di essere pagina e torna a essere voce, corpo, comunità. È accaduto venerdì 24 aprile 2026, alle ore 17:30, presso la Biblioteca Comunale “Berardino De Crescienzo” di Montefredane (AV), dove è stato presentato La visionaria di Assunta Sànzari Panza, pubblicato da Vallecchi Editore. Un appuntamento che ha saputo coniugare visione, critica e partecipazione, restituendo alla poesia il suo statuto più alto: quello di atto conoscitivo e gesto etico.
Ad aprire l’incontro, i saluti istituzionali del sindaco Avv. Ciro Aquino, che hanno segnato la cornice civile dell’evento: la cultura come presidio e responsabilità condivisa. A seguire, il dialogo con l’autrice ha preso forma attraverso le voci di Paolo Saggese, scrittore, direttore del Centro di documentazione sulla Poesia del Sud, dirigente scolastico e Monia Gaita, poeta e giornalista, con il coordinamento della sottoscritta, Rosa Bianco, docente, giornalista e critica letteraria.
La trama profonda del linguaggio
L’intervento di Monia Gaita ha acceso subito il cuore stilistico dell’opera, soffermandosi sulla densità retorica e sulla stratificazione semantica della parola poetica. In La visionaria la lingua non è mai trasparente: è scavo, tensione, ambiguità fertile. Dalle risonanze foniche alle figure di suono, fino alle allusioni mitologiche — Cassandra, Medea — la poesia si offre come spazio di conflitto e rivelazione.
Emerge una linea precisa: la parola non descrive, ma trasfigura. Così la maternità, ad esempio, non è semplice dato biologico, ma interrogazione radicale sull’origine e sulla cura; così il dolore individuale si dilata fino a diventare figura collettiva, come nella poesia dedicata alla tragica vicenda di Giulia Cecchettin, dove la voce poetica si moltiplica: “sei tu io lei noi”. È qui che la poesia compie il suo salto: dall’io al noi, dall’esperienza alla coscienza.
Una lectio magistralis sulla geografia della poesia
Paolo Saggese ha offerto una lettura ampia e rigorosa, una vera lectio magistralis che ha collocato l’opera entro una tradizione culturale vasta, dalla classicità latina e greca fino alla modernità di Eliot. Il suo discorso ha toccato un punto cruciale: la necessità di riconoscere la pluralità geografica della letteratura italiana, contro ogni visione riduttiva o centralistica.
In questo senso, La visionaria non è un’opera “locale”, ma un testo che dialoga con l’intero sistema culturale nazionale. La pubblicazione presso Vallecchi e il riferimento a una figura come Davide Rondoni, autore della prefazione, confermano questa apertura. La poesia di Assunta Panza si nutre di tradizione, ma non vi si adagia: la attraversa, la interroga, la reinventa.
Dal punto di vista strutturale, il testo si articola in quattro sezioni — Bíos, Onirica, Eliotiana, Fragmenta — che tracciano un percorso esistenziale e conoscitivo: dalla concretezza della vita alla rarefazione del frammento, passando per il sogno e il dialogo intertestuale. Una costruzione che rivela una consapevolezza piena del linguaggio come atto generativo di realtà.
La poesia come evento di pensiero
Nel mio ruolo di moderatrice, ho voluto orientare il dialogo verso una domanda centrale: la poesia è espressione o costruzione? La citazione di Rondoni — “scrivere significa costruire il linguaggio, non spiegarlo” — ha offerto la chiave per leggere l’intera poetica dell’autrice.
La risposta di Assunta Panza è stata netta: la poesia è forma che sottrae, che libera la parola dalla banalità del già detto. Non descrive, non spiega: disvela. In questo senso, il riferimento filosofico è inevitabile: la poesia come aletheia, come verità che si mostra togliendo il velo, secondo la lezione di Heidegger.
La lingua, allora, diventa luogo di tensione tra visibile e invisibile, tra quotidiano e visionario. È un lavoro di scavo, di trasfigurazione continua, dove ogni esperienza viene filtrata e restituita in una dimensione altra, più intensa e più vera.
Interventi e risonanze
Il dibattito finale ha arricchito ulteriormente la serata. Il giornalista Fiore Carullo ha sottolineato come la poetica di Panza nasca da un’urgenza interiore profonda, trasformando il vissuto in materia viva. Il magistrato Gennaro Iannarone ha invece offerto una lettura strutturale e ontologica dell’opera, evidenziando il ruolo della poesia come atto creativo e interrogando il rapporto tra linguaggio e realtà.
Una responsabilità della parola
Ciò che resta, oltre le analisi e le citazioni, è la percezione di una poesia che non si limita a dire, ma si assume una responsabilità. In un tempo segnato dalla frammentazione e dal rumore, La visionaria rivendica la centralità della parola come luogo di resistenza e di senso.
La poesia, ci ricorda Assunta Panza, non consola: inquieta, interroga, apre. Ma proprio in questa inquietudine risiede la sua forza più autentica. Perché, come è emerso con chiarezza nel corso della serata, la vera arte non ci sottrae al dolore del vivere — ci insegna, piuttosto, ad abitarlo.
E forse è questo, oggi, il compito più alto della poesia.


