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Il disagio, in Irpinia, al Sud, sta assumendo una fisionomia sempre più chiara, precisa, e che ha un volto soprattutto giovane.
Alla nostra provincia, che si sta segnalando tra i territori più problematici all’interno del complesso contesto meridionale, non viene dato molto risalto, neanche quando il disagio si manifesta, purtroppo, nelle sue forme più tragiche.
Non è questo il caso di riferire dati, di riportare statistiche, legittimando con la freddezza dei numeri quella che non vuole, né potrebbe essere un tentativo di analisi, ma semplicemente una iflessione, rispetto a una situazione sociale che si va facendo sempre più drammatica, con particolare riferimento alla precaria condizione giovanile.

L’Irpinia sta vivendo questo tempo di crisi in una solitudine che interroga le coscienze di tutti, di chi ha responsabilità, ma anche di chi pensa di non averne. E’ la comunità tutta ad essere stata lacerata nei suoi tessuti più profondi.
“Ricomporre la comunità”, è questo il sentiero impervio da percorrere nella ricostruzione del Mezzogiorno, rilevando la frattura che attraversa pericolosamente i tessuti connettivi, sfibrati da una “crisi nella crisi”, delle comunità territoriali. Ricomporre la comunità, significa, credo, innanzitutto elaborare strategie per superare l’attuale contingenza, ritrovando coesione e condivisione, per provare a ridisegnare prospettive di futuro.

E, oggi, sappiamo, quanto i giovani meridionali siano soggetti senza futuro, smarriti dal generale disorientamento generato da una politica, e in generale dalle classi dirigenti assolutamente non in grado di tracciare nuove coordinate, di creare visioni, in un’espressione incapace di elaborare “saperi coordinati” per una nuova progettualità politica che immagini un nuovo modello di dimensione comunitaria.

Si dice che i giovani meridionali siano rattrappiti in un presente denso di criticità, dilaniato dall’assenza di punti di riferimento valoriali, ma, di fatto, resta una domanda di futuro, sempre più inevasa, che si staglia sul cielo grigio di un Paese fiacco e depresso.

I raggelanti bollettini, che aggiornano gli inquietanti risvolti di una condizione di profonda precarietà ormai avvolta tra le pieghe di un grave disagio esistenziale, danno la cifra di un fenomeno sociale oscurato, sottaciuto. I sintomi di questo malessere, in parte, si conoscono bene e si chiamano disoccupazione, precarietà, marginalità sociale, smarrimento identitario e che si traducono, nella stragrande maggioranza, in una grande fuga alla ricerca di futuro.

E’ stato scritto che i giovani di oggi sono “profughi della storia…per loro non c’è nessuno che plachi le paure, nessuno contro cui sfogare la rabbia e nessuna nuova cultura che riempia quella passata”. I giovani, in realtà, vorrebbero ritrovare la politica, dalla quale sono stati smarriti, in questa premessa dovrebbero essere favoriti come gli unici che possono ri-comporre quella comunità fratturata non di meno dal restringimento dell’orizzonte politico.

Inoltre, la condizione di “minorità” che vivono i giovani al Sud, rispetto al resto del Paese, è insostenibile, una condizione che “si è fatta sempre più critica col dispiegarsi degli effetti della crisi”. Bisogna uscire da questo stato di “minorità sociale”.
La politica, in questi anni profondamente segnati dalla “crisi della politica” e dalla “politica della crisi”, ha smesso di percorrere i sentieri impervi e necessari di un progetto, ora è arrivato il momento di elaborare una nuova “costruzione sociale”, di avere di nuovo una “visione” per un Paese che ha smarrito il proprio cammino verso il futuro.

di Emilio De Lorenzo

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