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La prima disfatta dell’Italia ai mondiali 

Prima della Svezia c’è stata l’Irlanda del Nord. Il 15 gennaio di sessant’anni fa l’Italia per la prima volta nella sua storia calcistica è eliminata dai mondiali. A passare è la ruvida squadra anglosassone. Il Ventura di allora si chiamava Alfredo Foni. Da giocatore ha vinto i mondiali del ’38 in Francia, da allenatore ha conquistato due scudetti alla guida dell’Inter nel ’53 e nel ’54. Dunque un tecnico vincente che passa alla piccola storia del calcio per aver gettato le basi del famoso e famigerato “catenaccio” cioè una squadra votata alla difesa più che all’at – tacco.

Schiera una formazione che fa leva sugli oriundi. Una nazionale dunque che ha due campioni del mondo con la maglia dell’Uruguay che adesso indossano quella azzurra: Ghiggia e Schiaffino, il brasiliano Da Costa e l’argentino Montuori. Quattro “moschettieri” naturalizzati italiani. Non si rivela una grande idea. Gente tecnica che nel freddo di Belfast si scioglie come neve al sole. Sono tra i protagonisti della prima disfatta del calcio italiano. Ne seguirà un’altra e avrà un impatto anche maggiore. E’ il 1966. I mondiali di allora si giocano in Inghilterra. Noi ci siamo qualificati ma in un pomeriggio di metà luglio a Middlesbrough arriva l’onta. La nazionale guidata da Edmondo Fabbri è battuta incredibilmente dalla Corea del Nord. A punirci è un tale che passerà alla piccola storia, Pak Doo Ik, caporale dell’esercito nordcoreano che subito dopo sarà promosso sergente. La reazione dopo la debacle è violenta. I giocatori contestati al loro ritorno. Ma i miracoli accadono. L’Italia risorge. Due anni dopo vinciamo gli Europei battendo in finale a Roma la Jugoslavia per due reti a zero.

Nel ’70 in Messico arriviamo fino in fondo sconfitti solo dal Brasile, quando Pelè si arrampica in cielo per infilare Albertosi. Il senso di inadeguatezza che oggi ci pervade si può sciogliere nella nostalgia e nella convinzione che non siamo così brutti. L’Italia non solo nel calcio si esalta nelle difficoltà. Nel ’58 se l’Irlanda del Nord nello sport ci fa piangere, nella vita di tutti i giorni le cose vanno diversamente. Il paese uscito a pezzi dalla guerra è in pieno boom economico, l’anno successivo nel ’59 il Financial Times assegna alla Lira l’oscar come moneta più stabile tra quelle mondiali. Un paese in espansione che sta mutando pelle. Non più contadino ma industriale. Masse di persone che si spostano dal Sud al Nord lasciando la terra per la fabbrica. Quell’Italia trova la forza di reagire anche nel calcio.

Dopo l’eliminazione del ’58 si gettano le basi del professionismo e nasce l’idea del centro tecnico di Coverciano. Dopo la debacle coreana si chiudono le frontiere, basta con le squadre piene di straniere. Oggi si parla molto e si fa poco. Tavecchio si è dimesso dalla presidenza della federazione e ancora non c’è un successore. In serie A e B ci sono troppe squadre. Da anni si discute di ridurle ma non accade mai nulla. La serie C è piena di club anche gloriosi che falliscono. Ci servirebbero più idee e talenti e meno chiacchiere. Un calcio che dal fondo del baratro può rivedere la luce a patto che ci sia un vero esame di coscienza. Il nostro resta un campionato avvincente ma ci sono troppe società dalla gestione opinabile soprattutto nelle serie minori. La crisi insomma c’è ma il calcio nel nostro paese non è all’anno zero semplicemente perché fa parte da troppo tempo del nostro vivere quotidiano. Come diceva ironicamente il primo ministro inglese Winston Churchill “gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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