Un’atmosfera erratica quella della Rimolo, in cui le parole oscillano tra sospensione, plurisenso e metalinguaggio. Sprigionano, i suoi versi, un dolore che emerge con foga, come nella tormentata esistenza di Rimbaud, con identico slancio e altrettanto valore: la sua è una verità scandita dalla sopravvivenza stessa, dall’innocenza e dalla conoscenza. “La terra originale” (Lieto Colle – pordenonelegge.it), ultima silloge poetica di Eleonora Rimolo, è un viaggio nel subconscio, un’ispezione/introspezione profonda che percorre un’intera vita o parte di essa, un quesito velato, un viaggio sacro nel paese più straziato, che come Ungaretti ci ricorda, spesse volte è il cuore. Questa poesia giunge come una sorta di invito, propone una riscoperta, una congiunzione tra la memoria e il tempo, fra l’erranza e l’appartenenza. “Lì dove la memoria lontana / è la sola geografia che resta / ciascuno povero di carezze / vagabonda per le brevi strade.” Sembra quasi che il cuore smarrisca il suo indirizzo, qui, che la solitudine sia ancorata alle radici, all’antro più recondito del proprio essere. “Tu ami al sicuro… io qui tra pazze lettere / dimentico gli indirizzi… mi sogno fuggitiva tra le risa isteriche / di chi balla tutta la notte / fino a cercarsi, proteggersi.” È dunque un primordiale bisogno di protezione: giace qui racchiusa la funzione della poesia, terapeutica, quasi farmacologica. Si percepisce, a tratti, un’orfanzia, una privazione che rattrista, un rabbuiamento. Probabilmente è da questo presupposto che scaturisce l’esortazione al ritorno: “…dobbiamo tornare in cerca della casa originale, / della prima cellula essenziale”. La terra originale forse esiste, deve esistere, o dev’essere essa a trovare noi; il nostro è un viaggio che ha come meta un presente che diventa memoria e un ricordo che si reifica inatteso e sofferto. I versi sembrano oscillare in un costante e coerente binomio di interruzione e ripresa, slancio felice e rattrappimento nel labirinto, lama di raggio e nuvola che rabbuia. La Rimolo ha un senso drammatico che si stempera, si assottiglia un attimo prima di addizionarsi a strepitose angosce già percorse e (temporaneamente) abbattute. Talvolta i versi fanno riaffiorare una sofferenza in termini di paradossale ossimoro, in cui il possesso diventa prigionia. Chissà se riuscirà il tempo a lumeggiare quei grovigli, a conferire una fissa dimora evitando il transito “da una terra all’altra”. Certo è che la poesia fornisce la chiave per non cedere alla ferita, per non inchinarsi all’ignoto, allo sterminato peso dell’assenza o della non presenza. Un poeta non sempre deve indicare la strada verso ameni colli, o bramati lidi. È fondamentale il messaggio intrinseco della parola, della poesia stessa, racchiuso forse in queste penetranti righe de “La terra originale”: “…io cerco solo una recinzione, un pascolo / sterminato, un istante terminale in cui / capire tutto prima di sparire.” E ancora: “Perdonami, sai com’è vivere quando / ti lanciano addosso le cose, una sola / adiacenza pagata con abiti ancora / umidi, con questo spasmo sintetico / …che si mangia che si digerisce come / un frutto appena colto nella nebbia / di un giardino…”
“La terra originale”, nella raccolta di Rimolo la poesia come antidoto all’ignoto
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