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VIDEO – Lacertiade e l’omaggio a Mario Cesa, quei frammenti che restituiscono senso al caos del mondo. I nipoti: necessario mantenere viva la sua memoria

I nipoti: “Fino ad oggi non gli è stata dedicata la giusta attenzione”. Picone: sognava un Avellino che fosse laboratorio di idee

“Ha sempre creduto nella possibilità di fare di Avellino un laboratorio di idee, in cui si producesse cultura, con ambizioni di livello nazionale e internazionale”. Spiega così il giornalista Generoso Picone l’eredità di Mario Cesa, grande protagonista della panorama della musica contemporanea, a partire dalla sua opera inedita, Lacertiade, eseguita questa sera nella suggestiva cornice dello Spazio Arena dal pianista Giuseppe Giulio Di Lorenzo, accompagnato dalla poetessa Claudia Iandolo,  che interpreta il bellissimo testo da lei scritto “Inquieta Polare”, parte integrante dell’opera. Picone ricorda come Cesa, oltre che compositore, fosse un infaticabile organizzatore culturale “Lo dimostra una rassegna del calibro di Musica in Irpinia, nella cornice dell’Abbazia del Loreto, di cui era stato ideatore ma anche un festival come Musica Incontro, che lo aveva visto tra gli animatori, capace di sprovincializzare la cultura cittadina”. Non risparmia strali al capoluogo “che non ha compreso Mario fino in fondo, oggi sempre più immobile, a partire dal teatro Gesualdo che propone una rassegna di terz’ordine, come ce ne sono tante, senza alcuna capacità progettuale, senza una visione alle spalle”. Quindi si sofferma sull’opera postuma di Cesa “ancora una volta la sua musica vuole essere uno strumento per catturare il caos del mondo, la colonna sonora della nostra esistenza, con l’obiettivo di raccontare la realtà al di là del visibile con i suoi frammenti e i suoi rumori”. Una serata, resa possibile dal patrocinio della Provincia e del Comune di Mercogliano, dalla disponibilità di Arena Pianoforti, fortemente voluta dai nipoti Massimiliano Cesa e Fatima Landolfi, con loro anche la giovanissima Elda, figlia di Lara “perchè la musica di nostro zio continui a vivere. Da questa stessa idea è scaturita la volontà di donare i suoi spartiti al Cimarosa, perchè fossero studiati dai giovani musicisti, magari con la realizzazione di uno specifico corso di studi musicali. Nostro zio aveva a cuore i giovani e il loro futuro. Era fortemente legato alle tradizioni dell’Irpinia, ha avuto la possibilità di andare via ma ha scelto di restare, convinto di poter offrire il suo contributo alla propria terra. Il nostro obiettivo è quello di portare avanti il suo sogno di una progettualità che coinvolga sempre più le nuove generazioni”. Spiegano come “Zio Mario non ha mai smesso di comporre anche all’indomani della malattia, aveva cominciato quest’opera nel 2016 per poi completarla nei terribili mesi del Covid, Poco prima di morire aveva chiesto espressamente a Claudia Iandolo di scrivere il testo, affidandone l’esecuzione a Giuseppe Giulio Di Lorenzo”. E rilanciano “Siamo convinti si possa fare di più per ricordarlo. Non gli è stata tributata l’attenzione che avrebbe meritato”.

Ed è grande l’emozione della poetessa Claudia Iandolo nel leggere i versi che accompagnano il brano, affidati nel disco anche alla voce di Luciano Varnadi Ceriello “La serata di oggi è la conclusione di un progetto cominciato quando Mario era vivo. Aveva letto i miei testi e la prefazione che accompagna il disco, prevedendo nello spartito esattamente dove inserire le parti recitate. L’opera nasce da materiali di risulta, espulsi inizialmente in fase creativa, per poi acquisire nuova vita. Anche il testo letterario “Inquieta polare” di cui sono autrice, nel disco si trasforma, fino ad essere ridotto a brandelli nel segno di quell’affanno di metamorfosi che caratterizza il suo mondo”. Spiega come “il substrato archetipico rappresentato in quest’opera dai lacerti, si rigenera in un altro, forse non previsto ma espressivamente forte e potente. Del resto, anche la memoria procede per sintesi di fragmenta. Ricordare non è mai un atto neutro ma una continua ricomposizione di brandelli di vissuto che alimentano  e sono a loro volta alimentati dall’onirico di ciascuno”. Ed è la prefazione di Claudia a chiarire ancor meglio il senso dell’opera “Tutto il percorso artistico di Mario Cesa racconta da sempre, come in un continuum meraviglioso come il nastro di Mobius, il rapporto tra l’antico e il contemporaneo. L’ansia e forse l’ossessione della sperimentazione, la scrittura a specchio, a mosaico tradisce il tentativo di rintracciare la struttura e il senso del mondo. Dal Caos al Cosmos, dal vuoto a un pieno in cui tutti gli elementi hanno, però, un posto solo momentaneo perchè possono combinarsi e si combinano in altre declinazioni, in altre forme”. Una tensione verso il confine della realtà evocata dalla mescolanza di note che richiamano ora tuoni, ora lampi, ora il suono di campane o i rumori della natura e dai versi di Claudia “Ah la vita che si frantuma/nell’ansia di non riaverti/perduta luce mia/che non so restituirti,/e mi afferri nello nello strappo della vita/mille occhi ha il tuo sguardo che indovina/il bianco il vuoto l’aritmia del battito/il tuo cuore di ragazza/i capelli sciolti raccolti/il tuo corpo di madre che si scioglie la festa”. Bellissima anche la mostra allestita presso Spazio Arena con gli spartiti, che mostrano il suo modo singolare di comporre, gli occhialini, il pianoforte, un universo straordinario che continua a vivere al di là dei limiti dell’oltre.

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Floriana Guerriero

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