Mercoledì, 25 Marzo 2026
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Di Virgilio Iandiorio 

C’era una volta la civiltà contadina. In mezzo secolo sembra scomparsa una civiltà di cui, forse, quelli della mia generazione siamo stati gli ultimi spettatori. A raccontarlo adesso quello che si è visto, c’è da credere che si stenterebbe a ritenerlo veramente accaduto. Il pane e il vino erano gli alimenti alla base del vivere della stragrande maggioranza delle persone. Ma per avere il pane bisognava lavorare duramente. Si cominciava nel mese di novembre col preparare il terreno per la semina. Va detto subito che non bisognava seminare sul terreno dove l’anno precedente era stato coltivato il grano. Per preparare il campo per la semina occorreva zapparlo (o come si diceva cantoniarlo). C’erano però tante altre erbe con il grano germogliato. Bisognava mondare il campo. Era affidato alla donne il compito di monnare il grano, estirpare le erbe infestanti, il loglio in particolare. Le lucciole venivano quasi ad annunciare che si era pronti per la mietitura. Falce in pugno e proni nel campo a mietere le spighe, raccogliendole prima in mattoli e poi in gregne. Le spighe che rimanevano nel campo venivano raccolte dalle spigolatrici. Non bisognava lasciare per terra nemmeno un chicco. I covoni così raccolti venivano portati nelle aie. In questi spazi circolari lastricati esposti al sole e al vento si procedeva alla trebbiatura. Quando non c’erano ancora le macchine trebbiatrici, la scognatura (trebbiatura) si faceva con gli uilli (bovili), una sorta di mazze con un correggiato all’estremità che si batteva sui covoni. Se c’era vento favorevole la vagliatura, avveniva più facilmente. Ecco perché in alcuni paesi è diventato proverbiale dire di qualcosa che non ha effetto ”è viento che non fa paglia”. Non crediate che la paglia andasse perduta, perché questa veniva raccolta e venduta per farne altri usi.

Anche la parte degli steli del grano lasciata nel campo veniva bruciata per farne cenere concime. Il grano veniva custodito in capaci cassoni di legno e per evitare che insetti e larve potessero danneggiare i semi, si usava mettere nel mezzo della massa del grano la medicina, cioè un prodotto chimico che volatizzandosi li teneva lontani. Il vino è il prodotto di un lavoro impegnativo e difficile talvolta. A primavera inoltrata cominciano i trattamenti, con l’irrorare i tralci con verderame. Bisognava essere attenti ad ogni cambiamento del tempo, se piove, se è caldo, perché la fillossera e la peronospora sono sempre in agguato, e poi c’è l’oidio e la ticchiolatura. Se poi in piena estata capita una bella grandinata, il raccolto è compromesso. In ottobre si vendemmia. Una volta giunta a destinazione, l’uva doveva essere pigiata. Nelle matrelle, una sorta di madie, soprattutto gli adolescenti pigiavano le uve. Ed era un gioco, quasi. Durante la fermentazione, bisognava quotidianamente procedere a carcare, cioè a rimescolare il mosto e le vinacce. Il vino nel mese di marzo ha una sua nuova fermentazione, quella che porta allo spumante.

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