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“Le mani sulla storia”, Gargani presenta il suo libro sulla crisi dei partiti: “I magistrati non hanno fatto un buon lavoro”

“I magistrati hanno fatto di tutto per provare a modificare la storia del Paese”. La tesi di Peppino Gargani è suggestiva, radicale, ben argomentata e soprattutto documentata dall’esperienza diretta, essendo stato testimone e attento osservatore di quanto accaduto durante Tangentopoli, una stagione che ha cambiato per sempre la politica italiana e che ha dato inizio – o comunque accelerato – la fine dei partiti. Protagonisti furono i magistrati. Che, secondo Gargani, non svolsero un buon lavoro. Lo ha spiegato presentando al De La Ville, in un incontro introdotto dal presidente dell’Ordine degli avvocati Fabio Benigni, il suo libro “Le mani sulla storia. Come i magistrati hanno provato a (Ri)fare l’Italia”, scritto insieme alla giornalista Rai Daniela Morgera.

Ai tempi di Mani Pulite, Gargani aveva alle spalle una lunga carriera politica: vent’anni in Parlamento, sempre con il simbolo della Democrazia Cristiana, e un’esperienza da sottosegretario alla Giustizia nella prima metà degli anni Ottanta. “I magistrati hanno esagerato – afferma – hanno portato avanti un’indagine andando oltre i loro compiti istituzionali e costituzionali. Hanno tentato di istituire il ‘giudice etico’, che prova a distruggere il male e a fare il bene. Un compito errato e pericoloso. Lo abbiamo visto”.

“Uno dei problemi – continua Gargani – era la commistione tra pubblico ministero e giudice, resa ancora più problematica perché il codice di procedura penale è divenuto accusatorio. Oggi ci vuole un processo di parti: una che accusa, una che difende e una che decide. Come nella vita e nello sport: c’è sempre bisogno di un arbitro”. A questa “commistione tra giudici e pm”, secondo Gargani, pone rimedio la recente riforma Nordio.

Ma ci sono altri aspetti che hanno accelerato la fine della Prima Repubblica: “Il procuratore di Milano Borrelli, che ebbi modo di incontrare allora, era uno di quei magistrati che pensavano che nel finanziamento illecito – che è diverso dalla corruzione – si potesse sempre identificare un reato di corruzione. Dalla crisi della giustizia nasce la crisi dei partiti. Gli elettori hanno cominciato a guardare alla politica in modo negativo. Però, alla fine di Mani Pulite, almeno il 73 per cento degli imputati è stato assolto”.

Il ritorno dei partiti, però, non c’è ancora stato, e nemmeno il civismo appare una soluzione, continua Gargani: “Il civismo è anonimo, non è moderno”.

Il giurista Donato Pennetta sottolinea che la riforma Nordio “non è affatto un attentato alla Costituzione, come qualcuno dice, ma un passo avanti, una riforma che Gargani chiede da più di mezzo secolo, almeno dal ’74, quando insieme a Bianco presentò una proposta di modifica del Csm. Adesso, con la riforma Nordio, c’è un passo avanti: non risolutivo, certo. È probabile che non sia una riforma perfetta, ma secondo me elimina quello che è il problema maggiore: il correntismo, per cui se si vuole fare carriera nella magistratura ci si deve iscrivere a una corrente. Invece, se un magistrato vuole progredire, deve semplicemente fare bene il proprio lavoro: questo è il criterio del merito”.

“Certo – ammette Pennetta – il sorteggio non garantisce il merito, ma almeno abolisce le correnti, e già questo è importante. Poi si vedrà come rifunzionalizzare il resto. Il passo successivo è quello di ripristinare, come ricorda Gargani nel suo libro, il sistema precedente, quando i magistrati – dal Tribunale alla Corte d’Appello e dalla Corte d’Appello alla Cassazione – erano sottoposti a valutazione. Oggi c’è una progressione automatica. Ma il giudizio della gente è che la qualità della giustizia non sia migliorata”.

“Ripristinare una cultura del merito e della selezione anche all’interno della magistratura mi sembra necessario. Purtroppo, oggi, se dici che tra i magistrati c’è chi lavora meno di altri, la risposta è: ‘Attenti alla Costituzione’. Ma non si offende nessuno: semplicemente si riconosce che, come in ogni professione, esistono differenze”.

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Antonio Picariello

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