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Oggi il vertice europeo di Bruxelles segna il debutto internazionale da premier di Paolo Gentiloni. Le sfide che attendono il nuovo esecutivo sono molteplici e coinvolgono il rapporto con Bruxelles perché riguardano l’emergenza bancaria, la gestione del fenomeno migratorio e la politica estera in un quadro che sta rapidamente cambiando dopo l’elezione alla Presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump e il voto nella prossima primavera in Francia e Germania. Appuntamenti decisivi anche per il nostro paese. Ma la politica internazionale si intreccia inevitabilmente con quella interna. Il governo Gentiloni ci appare come la fotocopia un po’ sbiadita del precedente esecutivo con un peso leggermente più sbilanciato a sinistra visti gli ingressi di Minniti, Finocchiaro e Valeria Fedeli. E’ mancata però l’offerta alla minoranza dem di entrare nell’esecutivo. Sarebbe stato un modo per “accorgersi” della vittoria del No al referendum ed invece si è preferito far nascere ancora un governo solo del Si nonostante la netta sconfitta subita nelle urne. La presidenza Gentiloni però è molto diversa rispetto a quella di Matteo Renzi. Nasce una sorta di coabitazione tra due inquilini. Quello di palazzo Chigi e l’altro, ingombrante e presente, di largo del Nazareno, la casa del PD. Non più dunque un governo guida ma un esecutivo che proverà a “sciogliere” il muro tra maggioranza e opposizione e aprire un canale di dialogo sulla legge elettorale. Gentiloni è un giornalista professionista con in tasca la tessera dell’ordine della categoria come i suoi predecessori D’Alema e Andreotti: tre romani, tre giornalisti. Oltre a un ex direttore del “Corriere della Sera”, Giovanni Spadolini. Gentiloni è dunque un abile comunicatore che deve facilitare, come ha detto lui stesso, i rapporti tra le varie forze politiche. Il paragone a cui si può ricorrere è il passaggio nel 2000 tra D’Alema e Giuliano Amato. Anche D’Alema come Renzi con il referendum cercò la sua “legittimazione popolare” in un voto diverso dalle politiche. L’allora leader diesse puntò sulle regionali e perse nettamente la sfida. Esattamente come Renzi si dimise da Palazzo Chigi e indicò il suo successore: Giuliano Amato. Quel governo molto simile nella composizione al precedente portò a termine la legislatura ma il centrosinistra perse le successive elezioni. C’è però una notevole differenza e riguarda il partito. D’Alema non fece coincidere le due cariche come ha fatto invece Renzi. E così oggi l’ex premier si ritrova a guidare la macchina che gli era servita per arrivare al governo ma che non ha mai voluto veramente far partire. Nel frattempo però come ha scritto Stefano Cappellini su Repubblica, un quotidiano sempre attento alle vicende democratiche, “il PD non certo solo per responsabilità dell’attuale segretario si è sfarinato come comunità politica, avvizzito nelle sempre più autoreferenziali beghe di corrente: ha perso voti, iscritti e ruolo. E oggi è un partito in coma, stritolato dalle debolezze di tutte le sue componenti, dalla tentazione renziana di costruire un nuovo partito a immagine e somiglianza del leader e da quella speculare della sinistra interna che, priva della forza di sfidarlo sul campo, medita di sottrarsi alla battaglia congressuale”. Il primo appuntamento in casa PD è fissato per domenica prossima quando si riunirà l’Assemblea Nazionale. Gli attori in campo sono diversi. Non solo il segretario Renzi e il premier Gentiloni ma anche i detentori dei pacchetti di maggioranza nelle rispettive aree. Franceschini in quella ex Margherita e Andrea Orlando e Matteo Orfini in quella ex diesse. E poi c’è la minoranza irrequieta e in cerca di rivincita. Il puzzle si presenta difficile da ricomporre. A Renzi decidere se trovare il giusto equilibrio o continuare a proseguire il suo cammino solo con i suoi fedelissimi.
edito dal Quotidiano del Sud

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