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Di Vincenzo Fiore

«Si Deus est, unde malum?» era la domanda che inquietava il giovane Agostino d’Ippona, che aveva abbandonato il manicheismo per convertirsi al cristianesimo. Il problema di teodicea, cioè di come possa coesistere il male nel mondo insieme all’infinita potenza e bontà di Dio, era già noto secoli prima della nascita di Cristo sotto il nome del paradosso di Epicuro. Il filosofo greco, originario dell’isola di Samo, sosteneva che: «Dio o vuole togliere i mali, ma non può; oppure può, ma non vuole; oppure non vuole e non può; oppure vuole e può. Se vuole, ma non può, è impotente; il che è inammissibile in Dio. Se può, ma non vuole, è invidioso; il che pure è alieno da Dio. Se non vuole e non può, allora è invidioso e impotente; e anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può, il che soltanto conviene a Dio, allora da dove vengono i mali? O perché non li toglie?».

La soluzione di Agostino a tale paradosso si configurava con un’ammissione di non sostanzialità del male, ovvero: tutto ciò che è stato creato non può contenere intrinsecamente il male, pertanto questo non ha una realtà propria, ma è semplicemente privazione, assenza di bene. Dunque, guai a pensare il mondo come imperfetto, al male come sostanza, alla natura come una «madre di parto e di voler matrigna», per utilizzare un’immagine richiamata nella penultima lirica leopardiana: La Ginestra. È proprio il poeta di Recanati, in questo caso potremmo dire anche il filosofo di Recanati, ad attaccare a inizio Ottocento la concezione agostiniana. Egli dimostra che il male non è turbamento accidentale in un disegno divino perfetto e che la realtà non è altro che un paradossale «solido nulla», sostenuto dalle illusioni umane. I pilastri architettonici del bene vengono a disgregarsi e con essi ogni tipo di significato assoluto attribuibile all’esistenza: «In somma, il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’é ragione assoluta perch’ella non possa non essere o non essere in quel tal modo ecc. E tutte le cose sono possibili, cioè non v’é ragione assoluta perché una cosa qualunque non possa essere o essere in questo o quel modo ecc. E non v’é divario alcuno assoluto fra tutte le possibilità, né differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili».

Questo passaggio tratto dallo Zibaldone ci spiega che all’origine delle cose non vi è alcun principio ordinatore indipendente, alcuna fonte di giustificazione metafisica o morale del mondo e delle azioni umane. Se cade il concetto di summum malum, di conseguenza cadrà quello di summum bonum. Il male c’è, esiste, ma è qualcosa di ordinario, che è parte integrante del sistema natura. Non c’è spazio a concezioni sovrasensibili, né c’è sopravvivenza per la dogmatica nelle trattazioni del poeta. Leopardi non va visto solo come uno dei più grandi autori della letteratura del nostro Paese e non solo, ma, come abbiamo visto, anche come acuto e fine pensatore. Lo sapeva benissimo Remo Bodei, storico della filosofia e docente presso la Normale di Pisa, che sebbene abbia dedicato la maggior parte dei suoi studi accademici all’Idealismo tedesco e a Hegel, dal 1992 si era avvicinato sempre più con maggiore interesse all’autore dell’Infinito. Il testo pubblicato postumo ora da Mimesis, a cura di Gabriella Giglioni e Gaspare Polizzi, con il titolo Leopardi e la filosofia, è una raccolta di saggi scritti nel corso degli anni da Bodei, con il rigore e la chiarezza che sempre lo hanno contraddistinto in vita. Vengono indagati qui dallo studioso italiano gli aspetti meno noti e a volte insoliti del pensiero leopardiano, a partire dal problema del male fino ad arrivare al dibattito sul sublime e alle velleità del progresso. Egli sottolinea come lo stesso Leopardi nello Zibaldone dicesse chiaramente che un filosofo che non conosca le grandi passioni roventi dell’umanità, le illusioni che canta la poesia, è un filosofo dimezzato, allo stesso modo di un poeta che non si misura con la ricerca. Entrambe le figure – ammoniva Leopardi – devono però restare al proprio posto, senza rendersi conto che egli stesso era riuscito nell’ardua impresa di riconciliare il Bello con il Vero.

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