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L’Herba Sardonia e il valore degli anziani in una comunità

di Franca Molinaro

Quando ero bambina mio padre mi raccontava spesso delle storie delle quali non sapeva l’origine, gli erano state tramandate oralmente e così lui continuava a fare, specialmente nelle sere d’estate quando si “infilava” il tabacco fino a tarda sera. In questi giorni, inseguendo i miei studi di etnobotanica, con stupore mi è tornato in mente un racconto che già allora mi faceva rabbrividire.
“Un tempo, quanno camminava Gesù Cristo pe’ terra, (quando camminava Gesù Cristo sulla terra, un tempo molto lontano, non quantificabile) i vecchi che non erano più utili alla famiglia venivano scaraventati giù da un burrone. Di solito era il figlio primogenito a occuparsi di questa agghiacciante incombenza, probabilmente per un fatto gerarchico, nella famiglia allargata era il primogenito che dettava legge. Una volta, un figlio che doveva attendere a questo dovere, si caricò il padre sulle spalle e si diresse al dirupo. Strada facendo sentì il peso del genitore e lo depose a terra per fare sosta. Il vecchio allora sospirò e disse: “Qua me spunnietti puro io quanno ietti a dirrupà a tatillo”, qui mi scaricai pure io del peso quando andai a buttare papà dal dirupo. A queste parole il figlio ci ripensò, forse si dispiacque o forse fu lungimirante pensando che quella sorte sarebbe toccata pure a lui. Il problema però era serio, non poteva tornare indietro col genitore perché la legge prevedeva quelle regole, i gendarmi lo avrebbero arrestato. Allora si consultò col vecchio padre che gli suggerì di tornare indietro col buio e nasconderlo nel granaio. Così fecero, il vecchio stava buono e zitto nel granaio e il figlio gli dava da mangiare per la piccola porticina da cui normalmente si attingeva il grano. Quando il giovane era incerto sui lavori dei campi si rivolgeva al genitore che lo consigliava saggiamente. Una volta era incerto sulla semina e andò dal padre. Il vecchio gli suggerì di fare un giro per i campi col cavallo, se la bestia tornava con gli zoccoli sporchi di terra poteva seminare perché il lavoro avrebbe dato frutto. Un’altra volta era in difficoltà con la fienagione della sulla e sempre il vecchio gli disse di osservare il rosso fiore della pianta, se per metà era secco poteva procedere. Così il giovane contadino, ascoltando i consigli del genitore, aveva sempre i campi più belli e i raccolti più abbondanti tanto da ingelosire i vicini che lo denunciarono alla legge. I gendarmi andarono a perquisire la masseria e scovarono il vecchio chiuso nel granaio ma, invece di portare il giovane in gattabuia, riconobbero la saggezza del vecchio e la necessità della presenza degli anziani nella comunità. Da quel momento i vecchi non vennero più buttati dalla rupe”. Ho sempre immaginato che la storia fosse una costruzione necessaria per convalidare la presenza degli anziani in una comunità che sopravviveva a stento: Salvatore Salomone Marino spiegava come i “picciriddi” acquisivano valore nella comunità nel momento in cui venivano vestiti da angioletti. I soggetti socialmente “inutili” dovevano essere investiti da una valenza sacra per giustificarne la presenza all’interno del gruppo etnico. Oggi, osservavo attentamente una pianta di Oenanthe, per poterne trarre corretta identificazione ho dovuto confrontarla con altre dello stesso genere, mi sono imbattuta allora in una sua cugina sarda, la Oenanthe crocata, pianta dalla lunga storia quasi leggendaria. Ebbene, secondo alcuni scrittori greci, gli abitanti della Sardegna sacrificavano a Cronos i loro anziani che morivano ridendo. La pratica sacrificale consisteva nel fare ingerire ai vecchi e malandati genitori una pozione di Herba sardonia, capace di accelerarne la morte e nello stesso tempo di paralizzare i muscoli facciali in un ghigno beffardo, il riso sardonico appunto. Pare che anche i figli dovessero assumere una pozione minore di questa pianta per poter sopportare la crudeltà del sacrificio; in effetti è accertato che l’ingestione di una piccola quantità della pianta causa effetti simili all’ubriachezza. Oenanthe deriva dal greco e significa appunto vino-fiore. Il primogenito, quindi, conduceva il genitore sull’orlo di un precipizio e lo bastonavano fino a farlo cadere nello strapiombo. Questa tremenda pratica pare sia attestata anche tra i nativi d’America, in Asia e in Africa. Secondo alcune scuole di pensiero fu divinizzata per poter giustificare l’eliminazione di individui più deboli ed inefficienti, divenuti un peso per la comunità. Resta da stabilire la veridicità delle cronache antiche e l’identificazione esatta della pianta perché, sotto il nome antico di Herba sardonia, è riportato anche il Ranunculus sceleratus presente in tutto il territorio nazionale ma raro, mentre Oenante crocata, definita prezzemolo del diavolo, è presente solo in Sardegna dove è abbastanza comune.

 

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