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L’Impostore, la scuola come luogo di formazione autentica

Ieri alle ore 17.30, il Circolo della Stampa di Avellino ha ospitato la presentazione di “L’impostore. Un insegnante senza armatura”, il libro del dirigente scolastico Carmine Collina. L’appuntamento ha segnato un momento di alta intensità culturale e civile, che ha intrecciato letteratura, filosofia e memoria personale. A dialogare con l’autore sono intervenuti la professoressa Mara Lo Russo e il professore e filosofo Luigi Anzalone.

La professoressa Mara Lo Russo ha offerto un contributo critico di grande finezza. Nel suo intervento ha messo in luce la dimensione profondamente umana della scrittura di Carmine Collina, capace di raccontare la scuola non come semplice luogo di trasmissione di nozioni, ma come spazio di vulnerabilità, di crescita e di ricerca condivisa.

La docente ha sottolineato come il libro riesca a restituire il ritratto autentico di un insegnante che non nasconde le proprie fragilità, ma le trasforma in strumento di vicinanza agli studenti. In questa prospettiva, Lo Russo ha evidenziato la forza di un testo che si colloca a metà strada tra la riflessione pedagogica e la testimonianza esistenziale e che invita a guardare all’educazione come a un processo di continua reciprocità

L’ intervento del filosofo Luigi Anzalone ha aperto prospettive ampie e profonde, collocando la riflessione sulla scuola entro le grandi coordinate del pensiero occidentale. Anzalone ha evocato Giambattista Vico e la sua Scienza nuova, per ricordarci che la vita civile non si esaurisce nella tecnica o nell’amministrazione, ma trova la sua forma più alta nell’agire come cittadini, portatori di cuore e di spiritualità. Vivere nella “città di Platone”, ha sottolineato, significa assumere il dovere della partecipazione, alimentata non solo dalla ragione ma anche da quella generosità e passione che scaturiscono da un cuore che pensa e da una ragione che sa commuoversi.

La scuola, in questa prospettiva, non è un luogo di leggerezza né di semplice intrattenimento. Essa è piuttosto il teatro di uno “studio matto e disperatissimo”, di un impegno serio e spesso ascetico, in cui il maestro si pone come guida discreta. Non un dominatore delle coscienze, ma un accompagnatore che mira a una formazione integrale della persona, chiamata a individuare la propria vocatio. Ogni docente, ha ribadito Anzalone, vive infatti una chiamata: non soltanto a trasmettere contenuti, ma a rispondere a un compito che ha la forza di una missione. Una missione che si radica, in ultima analisi, in una chiamata di Dio.

Nel libro di Collina, Anzalone ha riconosciuto questo tono emozionale e radicale: il sentirsi “cavaliere senza corazza”, capace di confessare le proprie fragilità senza rinunciare a un senso profondo di responsabilità. In quelle pagine, l’autore mostra come l’insegnamento non sia mai neutrale, ma sempre carico di un peso etico, che nasce dalla coscienza di contribuire alla crescita di altri esseri umani.

Con una felice sintesi, Anzalone ha paragonato la funzione dell’insegnante a quella di altre grandi figure di cura: se il medico guarisce il corpo e il sacerdote si prende cura dell’anima, il professore, dalla scuola dell’infanzia all’università, ha il compito di formare l’uomo affinché possa essere uomo tra gli uomini. Qui si colloca la vera grandezza della scuola: non soltanto trasmettere saperi, ma generare cittadini capaci di un uso pubblico della ragione, liberi e responsabili.

È questo – ha concluso Anzalone – il contributo più alto della scuola: farsi strumento di quella che Dante chiamava “operatio humanae universalis”, l’opera universale dell’uomo, che unisce intelligenza e spiritualità, disciplina e passione, nel servizio alla comunità e al destino comune dell’umanità.

Le riflessioni finali sono state affidate a Carmine Collina che ha incantato il pubblico con la forza del suo pensiero che ha intrecciato filosofia, psicoanalisi e pedagogia. Richiamando Lacan, ha ricordato come la struttura del desiderio sia il cuore stesso dell’insegnamento: l’insegnante deve desiderare ciò che insegna insieme agli studenti, assumendosi fino in fondo la responsabilità della formazione.

Collina ha posto al centro della didattica non le nozioni, ma la cura delle relazioni, indicando in Rousseau e in Lévi-Strauss due riferimenti vitali per una pedagogia che restituisce umanità e profondità alla scuola. In questo, l’autore si è rivelato un vero “incantatore”, capace di trasformare la riflessione in passione condivisa.

Le parole dell’autore sono state accompagnate dalle letture di Carolina Maestro, che hanno dato corpo e voce ai passaggi più densi del volume, restituendone la vibrazione emotiva.

La città di Avellino ha accolto questo incontro con una partecipazione sentita, quasi simbolica: proprio qui, infatti, l’autore ha vissuto le sue prime esperienze da insegnante, e il ritorno ha assunto il valore di una riconciliazione con le radici. Non un evento mondano, dunque, ma una tappa significativa di un percorso umano e professionale che ha voluto mettersi a nudo, senza armature, davanti a una comunità.

Il Circolo della Stampa si è così trasformato in un luogo di dialogo autentico, in cui il tema della scuola è stato discusso non come semplice istituzione, ma come esperienza fragile, complessa e necessaria. Collina ha proposto la figura dell’insegnante come individuo che, nella sua apparente “impostura”, vive la fatica e la bellezza di trasmettere senso, pur consapevole delle proprie vulnerabilità.

Con questa presentazione, Avellino ha celebrato non solo un libro, ma un’idea di scuola che si fa vita, esperienza e responsabilità collettiva.

 

 

 

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