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Lo spopolamento e la chimera del turismo

di Mino Mastromarino

In Italia i comuni con meno di cinquemila abitanti sono sette su dieci, dove vivono circa dieci milioni di italiani. Gran parte  di essi sono ubicati in  montagna e sulla dorsale appeninica. Lo spopolamento, che colpisce anche le zone urbane, li ha aggrediti con evidenti effetti di desertificazione.  

Carenza di lavoro, accorpamento delle scuole per penuria di discenti, ospedali chiusi per costi insostenibili a fronte di scarsa utenza,  mancanza di servizi e infrastrutture, dissesti idro-geologico-ambientali, distanze geografiche e viabilità in costante debito di manutenzione .

Si tratta di questioni esistenziali della ineludibile quotidianità alla cui soluzione non è di alcun ausilio  la retorica dei piccoli borghi, che dovrebbero rappresentare il ricetto museale delle tradizioni popolari, dei dialetti, delle storie antiche, dei piatti tradizionali e dei prodotti tipici.

Il perdurante divario tra città e aree rurali-montane, sotto il profilo dei servizi essenziali e financo voluttuari,  continua dunque ad alimentare l’esodo abitativo dalle seconde verso le prime, unilateralmente. La contingente inversione di flusso, rilevata dai media durante l’emergenza pandemica, è già cessata.  Sono decenni che sentiamo ripetere – dai politici, dalle associazioni, dalla televisione – il mantra del turismo come panacea per tutti i problemi del nostro Paese, in particolare per lo sviluppo economico e per il contrasto al decremento demografico delle aree interne.

Eppure, tra turismo e ripopolamento esiste  una inconciliabilità ontologica, semantica e funzionale.

Il turista è per definizione colui il quale si sposta temporaneamente dal proprio ambito di residenza per recarsi in altre località, vicine o lontane, dotate di bellezze e caratteristiche  naturali, artistiche, artigianali e paesaggistiche, comunque meritevoli a suoi giudizio e desiderio di essere  visitate, esplorate, apprezzate o soltanto viste. Lo spopolamento è la  importante riduzione della popolazione residente in una determinata zona, urbana o rurale, dipendente da molteplici variabili ( comunque, in misura prevalente dalla penuria dei servizi essenziali ).

La compulsiva prassi di caricare la parola < turismo> mediante una pletora di inutili aggettivi ne tradisce la inefficacia nel contrasto all’inverno demografico.  

Gli attributi di ‘enogastronomico’, ‘culturale’, ‘religioso’, ‘sostenibile’, comportano paradossalmente una menomazione del turismo.

Ultimamente, nel mercantile tentativo  di  rimediare alla saturazione del concetto di vacanza, si è diffuso il sintagma di ‘turismo esperienziale , con allusione – tra l’esotico e l’ esoterico – ad un coinvolgimento concreto e diretto del visitatore nella vita  del luogo di interesse, tuttavia deprivato di ogni specificità e tradizione simboliche. Il turista come ‘cittadino temporaneo’: un obbrobrio ossimorico.

Si corrisponderebbe così –si crede – alla domanda dei turisti di esperienze ‘reali e autentiche’ in quanto legate al (mitico) territorio che consentano loro di vivere e condividere le emozioni  ancestrali e idiosincratiche, proprie dei cosiddetti piccoli borghi: il silenzio magico e terapeutico di un caseggiato disabitato, meglio se in struttura lignea;  una trattoria dalle proposte culinarie prelibate e rare; l’immancabile  albergo diffuso con la promessa di un’arcadica prossimità relazionale; un’azienda agricola dotata di sparuti e disorientati bovini e animali da cortile nonché di un angusto orticello  per l’agognato contatto con la Natura.

 Il turismo di massa, da agente di sviluppo si è trasformato in una concausa di spopolamento. Iniziative turistiche inappropriate si sono sovente  dimostrate più un fomite ‘deterritorializzante’ che un fattore di territorializzazione, atteso che le località turistiche beneficiano di una crescita di matrice esogena, cioè ingenerata da risorse esterne e infrastrutture di servizio realizzate e gestite da soggetti non appartenenti alle comunità locali. Così, la configurazione turistica della destinazione altro non rappresenta che  la proiezione culturale dell’investitore, rispondendo alle istanze imprenditoriali della domanda turistica, anziché  alle esigenze di sviluppo della comunità locale (Pollice, 2016). L’esito di tale processo è la inesorabile standardizzazione dell’offerta turistica con la progressiva perdita di identità della destinazione, favorita da politiche isomorfe volte alla concezione di spazi place-neutral , ossia sempre uguali a se stessi (Barca, McCann, Rodriguez-Pose, 2012).

Invero, il perseguimento dello sfruttamento  turistico ( altrimenti detto, con orrendo neologismo, ‘turistificazione’) prescinde dalla coscienza e dallo stato del luogo, non rispetta l’esistente, non è diretto all’incremento residenziale della destinazione, produce lo svuotamento dei nuclei abitativi originari.  Tanto avviene, attraverso differenti modalità, sia per le grandi città che per i paesi del margine.

Per le prime, è sufficiente richiamare il fenomeno dell’overtourism   ( sovraffollamento turistico) che sta soffocando Napoli, Venezia, Roma, finanche la organizzatissima Barcellona, con la mutazione antropologica dei rispettivi centri storici e non, dai quali vengono progressivamente ‘espulsi’ i residenti. Sui secondi, invece, si è abbattuto il pernicioso effetto della nominazione mistificatoria. Attraverso l’esercizio abnorme della sinonimìa, si sono erroneamente assimilati – nella comunicazione pubblica e pubblicitaria – i (piccoli)  paesi ai  borghi antichi  ( sempre e comunque  medievali). I comuni minuscoli, ancorchè vantino vetusta edificazione, non corrispondono né storicamente né etimologicamente ai  borghi, intesi quali «estensione della città fuori delle antiche mura». Il paesino deriva  da pagus, che significa villaggio, ossia un  «centro abitato di limitate proporzioni».

L’accezione attuale di borgo rimanda invece ad luogo artificiale, immaginato e creato a soli fini economici  per generare e omologare, prima che l’offerta,  la domanda turistica.

Rodolphe Christin, autore del saggio dall’eloquente titolo di “Turismo di massa e usura del mondo”, ha definito questo tipo di turismo ‘predatorio’  come espressione di  “mondofagia”, una fame inquieta e incontrollata di consumo del territorio.

Il turismo perciò può essere addirittura fonte di dequalificazione del tessuto territoriale, innescando un processo vizioso, ostativo  del ripopolamento.  

Al contrario, ogni idea di rigenerazione, di incremento demografico e insediativo deve partire dal basso, secondo il  principio territoriale.    

 

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