E’ un cordoglio unanime quello per la scomparsa di Gualberto Alvino, scrittore, filologo e critico letterario, nato a Roma ma originario di Luogosano. Un cordoglio che non conosce campanilismi, in un abbraccio che unisce Roma all’Irpinia. Gualberto, scomparso all’età di 73 anni all’ospedale Moscati dove era stato ricoverato in seguito ad un malore, da tempo aveva scelto l’Irpinia come sua seconda casa. Viveva, infatti, da qualche anno a Parolise ed era stato capace di tessere nel tempo una rete feconda di relazioni nell’universo culturale irpino e campano, nel segno di quel rigore e quella passione per la poesia che lo guidavano.
A rendergli omaggio la poetessa Emanuela Sica: “proprio lui della lingua aveva esplorato le pieghe più nascoste, scardinato le convenzioni, interrogato ogni segno, ogni pausa, ogni possibilità espressiva, si è trovato davanti all’unica punteggiatura sulla quale persino il più raffinato dei filologi perde ogni potere.
Così oggi, mentre cerchiamo le parole per salutarlo, avvertiamo tutta la fragilità del linguaggio davanti all’assenza di un uomo che aveva fatto della parola la propria ragione di vita.
Poeta, filologo, romanziere, saggista e critico letterario di altissimo profilo, Gualberto Alvino ha rappresentato una delle voci più rigorose e indipendenti della ricerca letteraria contemporanea. La sua opera si è sviluppata lungo il confine mobile tra filologia, critica e invenzione, là dove la lingua rivela la propria complessità strutturale e la scrittura si sottrae alla prevedibilità delle forme. Ed ancora, la sua attenzione per le esperienze più radicali del Novecento, in particolare per l’universo espressivo di Antonio Pizzuto, costituisce uno degli aspetti più significativi del suo percorso scientifico. Attraverso una paziente e meticolosa attività di studio, interpretazione e cura dei testi, Alvino ha contribuito alla valorizzazione di una tradizione letteraria fondata sulla sperimentazione, sull’autonomia della forma e sulla continua reinvenzione del linguaggio. In lui convivevano la precisione dell’analisi con una tensione interpretativa capace di oltrepassare la semplice ricognizione testuale. Ogni opera diventava un organismo da esplorare nelle sue articolazioni più profonde, ogni parola un luogo di stratificazioni semantiche, ogni anomalia sintattica l’indizio di una precisa volontà e, così, la filologia assumeva il valore di un esercizio intellettuale vivo, alimentato dal dubbio, dal confronto e da un’incessante interrogazione della scrittura.
In quest’ottica anche il titolo di una sua opera, Maledetta grammatica, sembra oggi acquistare una risonanza particolare. In quella formula provocatoria si avverte il rapporto intenso, talvolta conflittuale, tra lo scrittore e le leggi della lingua, tra la necessità della norma e il desiderio di superarne i confini. Una dialettica che attraversa la sua produzione e restituisce il carattere di una ricerca esigente, sostenuta da una profonda consapevolezza linguistica. Accanto allo studioso si collocava il poeta, con la sua tensione verso le possibilità foniche, ritmiche e semantiche della parola; e il narratore, impegnato nell’elaborazione di strutture espressive capaci di sollecitare il lettore a un’esperienza di partecipazione attiva. Il suo percorso testimonia, inoltre, il valore di una critica militante, capace di assumere posizioni, elaborare giudizi e difendere la qualità della produzione letteraria attraverso gli strumenti della competenza e dell’argomentazione. Un esercizio di responsabilità culturale particolarmente significativo in un tempo nel quale la rapidità della comunicazione rischia spesso di impoverire la profondità dell’interpretazione.
Con Gualberto Alvino scompare una figura di grande spessore della cultura letteraria italiana, uno studioso che ha dedicato la propria esistenza alla conoscenza della lingua e alle sue infinite possibilità di trasformazione. La letteratura custodisce anche questo singolare potere: sottrarre qualcosa alla consunzione del tempo, affidare alla pagina una presenza destinata a rinnovarsi a ogni lettura.
Pur tuttavia, anche se il destino gli ha imposto la propria punteggiatura, interrompendo una frase ancora ricca di significati, la grammatica di un’esistenza consacrata alla parola continuerà a generare senso oltre il suo ultimo punto”.
Il poeta Federico Preziosi piange “un amico, ma soprattutto un poeta, un filologo, un romanziere e un critico di enorme caratura. In queste circostanze mancano proprio quelle cose per cui il Professore si è dedicato una vita intera: le parole. È una notizia terribile che riempie di tristezza e amarezza: Gualberto trasmetteva con rigore un amore smisurato per l’arte, l’espressione, la comunicazione. Ho amato il suo modo di mettersi in gioco, aveva visto il mondo letterario alto, quello dei Pasolini, degli Ungaretti, dei Sanguineti, ma al tempo stesso era amante della quotidiana semplicità, per un caffè, un aperitivo o una pizza c’era sempre. Le sigarette, i sorrisi, le riflessioni sulla letteratura mi mancheranno, perché in lui tutto era carne viva e vissuto.
Sono contento di averlo incontrato in questi ultimi anni che hanno accompagnato la sua esistenza, ma adesso, più di tutto, desidero abbracciare il suo angelo custode, Assunta Panza, sempre al suo fianco, fino alla fine. Riposa in pace, Gualberto, resterai nei nostri cuori e non solo”.
A sottolinearne lo spessore la poetessa Monia Gaita “ha rappresentato una punta di diamante per la linguistica, lo studio dei testi, l’analisi comparativa e critica, ponendo la letteratura al servizio non di vuoti, banali concetti, o di sistemi di potere stantii, ingiusti e autoscreditanti, ma nella fiamma di una visione capace di contribuire alla costruzione di un fecondissimo, terso rigore filologico. In un universo, il nostro, di guerre intestine, favoritismi, caste chiuse e drastiche eliminazioni, in cui spesso le energie migliori si disperdono in tanti rivoli inascoltati e negletti, la pratica di valorizzazione della parola da lui condotta con pertinace sforzo, s’inquadra anche nell’aspirazione a fare della scrittura uno strumento privilegiato di trasformazione ed emancipazione civile.
Oggi il mondo della cultura perde un suo figlio luminoso; e noi, amici e conoscenti, una persona di garbo, intelligenza e umanità”.