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C’è un insopportabile intreccio di interessi tra sanità pubblica e privata in Campania e in particolare in Irpinia. Un intreccio che mette a rischio la vita dei cittadini. Ricordo che negli anni Settanta, allora alla guida di Teleavellino, promossi un dibattito sul tema della sanità, invitando a partecipare esponenti di strutture pubbliche e di cliniche private. In quella occasione emerse un dato significativo: la sanità privata svolgeva un ruolo di supporto a quella pubblica. Con il trascorrere degli anni quella situazione si è capovolta. Oggi è il privato a garantire ciò che il settore pubblico della sanità non riesce più a soddisfare. A che cosa è dovuto questo ribaltamento delle posizioni? Molti i motivi. Esaminiamone alcuni. Si comincia con la gestione della sanità regionale. E’ tutto nelle mani del governatore Vincenzo De Luca che, senza delegare uno specifico assessore competente, tiene il settore prigioniero delle sue volontà. Ciò gli procura un consenso elettorale di non poco conto, mentre il cittadino inerme, subisce le logiche del potere. Non si dimentichi che il capitolo della sanità nel bilancio regionale pesa per circa il sessanta per cento. Gli uomini alla guida di ospedali e Asl sono quasi tutti obbedienti al governatore. Il quale fa il bello e il cattivo tempo sia che si tratti di chiudere un ospedale, di potenziarlo o di costruirne dei nuovi (leggi Salerno). E’ uno straordinario giro di affari. Ovviamente è possibile con la complicità dei “colonnelli” del governatore ben situati nei presìdi sanitari delle province campane. Il caso Avellino è emblematico. La “Città ospedaliera Moscati”, inaugurata in pompa magna alcuni anni fa con propositi tutt’altro che provinciali, oggi si è trasformata in luogo di estrema emergenza per i criteri gestionali messi in atto. Non sempre e non solo per responsabilità dei sanitari , ma soprattutto per il modello clientelare adottato dai vertici. Significativo, tra l’altro, è il caso del pronto soccorso che versa in condizioni pietose. Per chi c’è passato, e il sottoscritto per sua sventura vi è capitato, è stato come trovarsi nell’inferno dantesco. Ogni condizione di riservatezza è violata: lacrime, urla di dolore, bestiemmie, proteste sono all’ordine del giorno. Lì molto spesso finisce la vita. Tutto questo accade mentre il manager litiga con il sindaco del capolugo sugli effetti di una pratica burocratica. In realtà il pronto soccorso potrebbe disporre di spazi più ampi, ma il Comune di Avellino, in forza di un accordo fatto in passato, non vuole cedere il suolo. Così si assiste a una disputa con ricorsi al Tar che vanno e vengono, senza che ci sia una soluzione. Sempre nel settore della sanità irpina, ma con altri protagonisti, si registra una storia parallela. E’ quella del Centro per la cura dell’autismo. Costruito su suolo privato, pronto per l’accoglienza da anni, resta chiuso per l’incapacità dell’amministrazione comunale di Avellino di affrontare in termini ultimativi il problema. Per tornare al Moscati, nel cahier de doleance c’è il problema delle liste di attesa. Fatto salvo che la pandemia Covid ha costretto l’ospedale ad una limitazione degli interventi, tuttavia rispetto alla dimensione non esagerata dei ricoveri, non si è fatto nulla per superare le difficoltà. Anzi per dirla con un detto che ha fatto storia: “mentre il medico studia, il paziente muore”. Questa difficoltà di gestione ha enormemente aggravato le normali procedure. Tanto che anche per questo, ma non solo, molti medici si sono trasferiti presso strutture private che sono cresciute a dismisura nell’ultimo decennio. Così nella sanità il pubblico crolla, il privato ingrassa. Una ulteriore considerazione. Riguarda l’atto aziendale sottoscritto dal manager. Qualcuno si è forse accorto che alcuni servizi, per i quali si è lottato per ottenerli, sono stati soppressi? Qui è anche il fallimento del modello organizzativo del Moscati. Il servizio di neuropsichiatria infantile che fine ha fatto? E perché tanto silenzio? A presto.

Gianni Festa

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