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Mele: “Pd appiattito, prigioniero di logiche personalistiche e di interessi contingenti”

L’ex assessore ai servizi sociali del Comune di Avellino: “Così il partito perde inevitabilmente credibilità e finisce per allontanare i cittadini”

“Viviamo una stagione nella quale la politica sembra aver progressivamente smarrito la propria missione più autentica”. Così Titti Mele, ex assessore ai servizi sociali del Comune di Avellino e militante del Pd della prima ora.
“Il dibattito pubblico – spiega – appare troppo spesso appiattito, prigioniero di logiche personalistiche e di interessi contingenti, mentre dovrebbe tornare ad essere il luogo nel quale si costruisce il bene comune. Quando la politica rinuncia alla propria dimensione ideale e si riduce alla semplice gestione del consenso o alla difesa di interessi particolari, perde inevitabilmente credibilità e finisce per allontanare i cittadini”.

“Da donna e da militante del Partito Democratico – aggiunge anche Mele – sento il dovere di esprimere una riflessione sincera, che nasce dall’appartenenza e dall’affetto verso una comunità politica nella quale continuo a riconoscermi”.

Per Mele, “la critica, quando è animata da spirito costruttivo, non rappresenta una contrapposizione, ma un atto di responsabilità. Credo che chi ama una comunità politica abbia il dovere di contribuire a migliorarla, soprattutto nei momenti più difficili.

Oggi – sostiene Mele – il Partito Democratico attraversa una fase che richiede una profonda assunzione di responsabilità. A livello provinciale non siamo ancora riusciti a completare pienamente un percorso di unità e di rilancio; a livello nazionale permane una distanza che rischia di rendere meno visibili le esigenze dei territori, quasi che le dinamiche locali fossero marginali rispetto alle grandi discussioni che si svolgono a Roma.

Ma la politica – afferma Mele – non nasce nei palazzi. La politica vive nelle città, nei piccoli comuni, nelle aree interne, nei circoli, tra gli amministratori, nelle associazioni, nei luoghi di lavoro e nelle famiglie. Un partito che perde il contatto con la propria comunità perde progressivamente anche la capacità di rappresentarla.

La lezione di Aldo Moro – ricorda Mele – ci richiama ancora oggi a una politica capace di leggere la complessità della realtà, di ascoltare prima di decidere e di costruire sintesi attraverso il confronto. Un partito che ascolta soltanto sé stesso rischia di non comprendere più il Paese che cambia e le domande che arrivano dalla società.

Sul piano regionale – continua – riconosco lo sforzo compiuto dal segretario nel tentativo di ricomporre il partito e di ricercare un equilibrio tra le diverse sensibilità. Ogni percorso che punta all’unità rappresenta un valore e merita attenzione, perché un partito forte ha bisogno di una comunità politica capace di dialogare e di riconoscersi in un progetto comune.

Tuttavia – scrive – dobbiamo avere il coraggio di dire che l’unità non può essere soltanto una costruzione formale, un equilibrio raggiunto sulla carta o una sintesi tra gruppi dirigenti. L’unità vera si misura nei fatti: nella capacità di lavorare insieme, nella presenza sui territori, nella condivisione delle responsabilità e nella volontà di perseguire obiettivi comuni.

Una comunità politica non può limitarsi a dichiararsi unita; deve dimostrarlo ogni giorno attraverso comportamenti coerenti, scelte condivise e una presenza concreta accanto agli amministratori, agli iscritti e ai cittadini. La responsabilità della classe dirigente regionale è proprio questa: trasformare un percorso di ricomposizione interna in una stagione nuova di partecipazione, iniziativa politica e radicamento territoriale.

Perché un partito non può chiedere fiducia ai cittadini se prima non riesce a dimostrare, al proprio interno, capacità di collaborazione, generosità politica, senso di responsabilità e confronto.
Le sconfitte registrate ad Ariano Irpino, alla Provincia e a Benevento non possono essere archiviate come semplici incidenti di percorso. Sono segnali politici che meritano una riflessione seria e coraggiosa. Le sconfitte non devono essere rimosse, ma comprese, perché rappresentano sempre un messaggio che arriva dai cittadini.

Questo diventa ancora più rilevante se – osserva – consideriamo che Avellino e Benevento rappresentano un collegio strategico in vista delle prossime elezioni politiche. Non possiamo pensare di affrontare una sfida così importante soltanto nei mesi precedenti al voto. Le elezioni si preparano molto prima: costruendo presenza, credibilità, ascolto e rapporto quotidiano con le persone.

È arrivato il momento di dirci con chiarezza che un grande partito non può permettersi di addormentarsi. Il rischio che corriamo è quello di un Partito Democratico troppo concentrato sui propri equilibri interni e meno attento alle inquietudini reali delle comunità. Si rischia di discutere troppo di organizzazione e troppo poco di famiglie, giovani, lavoro, imprese, sanità, aree interne e nuove povertà.

Un partito non vive soltanto nei congressi e non può ricordarsi degli iscritti esclusivamente quando servono per eleggere organismi dirigenti o sostenere candidature. Gli iscritti rappresentano il patrimonio più importante di una comunità politica: sono il legame tra il partito e la società, il presidio democratico sui territori, la testimonianza concreta di una partecipazione che non può essere considerata occasionale.

La sfida più grande oggi è ricostruire un rapporto di fiducia con quei cittadini che hanno scelto l’astensione perché non si sentono più rappresentati. Non dobbiamo limitarci a parlare a chi già ci vota, ma dobbiamo avere il coraggio di tornare a incontrare chi si è allontanato dalla politica, chi non crede più che le istituzioni possano incidere sulla propria vita.

Le grandi trasformazioni del nostro tempo richiedono una politica capace di guardare lontano. L’Agenda 2030 non è un semplice documento programmatico, ma una responsabilità verso il futuro. La lotta ai cambiamenti climatici, il contrasto al surriscaldamento globale, la tutela dell’ambiente e della biodiversità, la transizione energetica, la sostenibilità e la giustizia sociale fanno parte della stessa idea di sviluppo.

Non possiamo più pensare all’ambiente, al lavoro e alla crescita come questioni separate. Sono aspetti di un unico modello di società. Non esiste sviluppo senza sostenibilità e non esiste sostenibilità senza giustizia sociale.
David Sassoli ci ha ricordato, attraverso il suo impegno politico e istituzionale, che la politica ha valore quando riesce a guardare oltre il presente e ad assumersi la responsabilità delle generazioni future. Questa è una lezione che dobbiamo recuperare: governare non significa soltanto amministrare l’oggi, ma costruire le condizioni perché i nostri giovani possano scegliere di restare, di lavorare, di costruire una famiglia e di realizzare i propri sogni nella terra in cui sono nati.

Questo tema riguarda profondamente la nostra Irpinia. La nostra provincia sta vivendo un processo lento ma costante di spopolamento che rischia di trasformarsi in una vera desertificazione demografica. Ogni giovane che parte, ogni famiglia che sceglie di andare via, ogni competenza che perdiamo rappresenta una ferita per il nostro territorio.

Come per la crisi ambientale, anche nella crisi demografica il tempo delle scelte non può essere continuamente rinviato. Se non invertiamo la rotta con politiche serie per il lavoro, le infrastrutture, la sanità, la scuola, l’università, l’innovazione e la valorizzazione delle aree interne, rischiamo di consegnare alle future generazioni un territorio più fragile, più povero e meno abitato.

La politica ha il dovere di interrompere questo declino. Ai giovani non dobbiamo offrire soltanto parole di speranza, ma la possibilità concreta di scegliere di rimanere. Difendere il territorio significa difendere le comunità che lo abitano, le loro storie, le loro competenze e il loro futuro.

La politica, come ci ha insegnato Benigno Zaccagnini, è prima di tutto servizio. E il richiamo di Enrico Berlinguer a una politica moralmente esigente conserva ancora oggi tutta la sua forza. Chi ricopre ruoli di responsabilità deve farlo con dedizione, competenza e spirito di sacrificio, mettendo al centro non il successo individuale, ma l’interesse collettivo.

Il Partito Democratico è figlio delle grandi culture democratiche, popolari e riformiste della Repubblica. È una storia importante che ci impone di essere all’altezza della nostra responsabilità. Non possiamo accontentarci della gestione dell’esistente, né possiamo permetterci immobilismo e autoreferenzialità.
In questo percorso si inserisce anche il tema del campo largo, che non può essere interpretato soltanto come un’operazione elettorale o come una semplice sommatoria di forze politiche. Le alleanze, per essere credibili, devono nascere da una condivisione di valori, di obiettivi e di una visione comune del futuro del Paese.

Un progetto politico alternativo e competitivo deve avere la capacità di mettere insieme culture e sensibilità diverse, ma partendo da una base solida: la chiarezza dei contenuti, la credibilità delle proposte e la capacità di rispondere ai bisogni reali delle persone.

Il Partito Democratico deve avere la responsabilità di essere protagonista di questo percorso, non attraverso una logica di autosufficienza o di semplice ricerca degli equilibri, ma attraverso la capacità di costruire una proposta aperta, inclusiva e profondamente radicata nella società.
Un campo largo non si costruisce soltanto nei tavoli tra dirigenti e partiti, ma prima di tutto nei territori, nel rapporto quotidiano con i cittadini e nella capacità di offrire una prospettiva comune. Prima ancora delle alleanze elettorali, dobbiamo ricostruire una fiducia sociale. Perché nessuna coalizione può essere forte se alle spalle non esiste una comunità politica capace di ascoltare e rappresentare il Paese.

Il tempo che abbiamo davanti richiede coraggio. Se continueremo a rimandare il confronto con i territori, ad ascoltare più noi stessi che i cittadini e a considerare il consenso come qualcosa di acquisito, il rischio sarà quello di una lenta deriva fatta di perdita di credibilità, sconfitte elettorali e crescente distanza dalla società.
Io non voglio un Partito Democratico che semplicemente resista. Voglio un partito che torni a guidare, a elaborare idee, a formare una nuova classe dirigente e a rappresentare una speranza concreta per le comunità.

Perché alla fine non ci verrà chiesto soltanto quali risultati elettorali abbiamo ottenuto o quali ruoli abbiamo ricoperto. Ci verrà chiesto quale futuro abbiamo saputo costruire. Se abbiamo avuto il coraggio di difendere i territori, creare opportunità, tutelare l’ambiente e restituire fiducia alle persone.
Questa è la vera misura della buona politica. E questa – conclude – è la responsabilità che abbiamo davanti: svegliarci, tornare tra la gente, ascoltare prima di parlare e costruire una nuova stagione di partecipazione e di impegno. Solo così potremo essere davvero all’altezza della nostra storia e della fiducia che i cittadini ancora chiedono alla politica”.

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2 commenti

  1. Brava Titti.
    Il tuo scritto potrebbe essere considerato il manifesto politico del nostro Partito PD.
    Speriamo che venga riconosciuto tale da molti e rappresentare la strada da seguire per il futuro.

  2. Riusciranno i semplici iscritti, animati da sano ” furore politico”, a svegliare questa dirigenza, allineata a non si sa quali ptogetti politici, silente sui territori e nella sede provinciale? Le elezioni nazionali sono prossime e non si dia per scontato che iscritti, simpatizzanti e già frequentatori del partito, votino a scatola chiusa i nominativi che saranno proposti.

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