di Rosa Bianco
Nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura, a Roma, non si è consumato soltanto un passaggio tecnico verso la designazione della Capitale Italiana della Cultura 2028. L’audizione di Mirabella Eclano ha assunto, piuttosto, il valore di un racconto collettivo, di una presa di parola delle aree interne che troppo a lungo hanno abitato il margine del discorso pubblico.
La delegazione irpina ha portato con sé non solo un dossier, ma una visione. Guidata dal direttore artistico Francesco Cascino, insieme al Sindaco di Mirabella Eclano Gianfranco Ruggiero e all’Assessore alla Cultura Raffaella Rita D’ Ambrosio, ha raccontato un progetto che ha intrecciato linguaggi – arte, musica, teatro, fotografia, sperimentazione sonora – restituendo alla cultura la sua natura più autentica: quella di dispositivo vivo, capace di costruire comunità. Non è stata una semplice esposizione di contenuti, ma un’affermazione di metodo: la cultura come pratica quotidiana, come esercizio condiviso, come collante sociale.
Nel suo intervento, Cascino ha chiarito come il cuore del progetto sia stato proprio questo: mettere in luce “i cuori, le visioni e il senso critico” di una comunità, connettendoli al presente globale. Una dichiarazione che ha rovesciato la consueta narrazione delle aree interne come spazi della mancanza. Qui, al contrario, si è parlato di eccedenza: di senso, di relazioni, di possibilità.
L’audizione ha così ribaltato un paradigma. Se le metropoli concentrano risorse e opportunità, è nelle zone interne che si è conservata – è stato detto con forza – una forma più profonda di felicità, legata al riconoscimento reciproco e alla qualità delle relazioni. Non una nostalgia, ma una proposta politica e culturale: guardare ai territori marginali come laboratori di futuro.
In questo quadro, il dossier “L’Appia dei popoli” ha assunto un valore simbolico potente. La centralità della Regina Viarum, oggi patrimonio UNESCO, e del sito archeologico di Aeclanum ha restituito l’idea di una continuità storica che non è mai stata interrotta, ma solo trascurata. La cultura, dunque, non come ornamento, ma come infrastruttura: una strada, appunto, capace di unire passato e futuro.
Non è stato secondario il clima che ha preceduto l’audizione. I workshop e i momenti di formazione hanno dimostrato come il progetto sia nato da un processo partecipativo reale, in cui istituzioni, artisti e cittadini hanno costruito un’alleanza. Un modello che richiama, non a caso, le grandi stagioni culturali italiane: quelle in cui la bellezza è stata il risultato di una convergenza tra visione politica e creatività diffusa.
Certo, la competizione è stata alta, e il confronto con altre città ha reso evidente la complessità della sfida. Ma ciò che è emerso con chiarezza è che Mirabella Eclano non ha giocato la partita sul terreno della dimensione, bensì su quello del significato.
A suggellare questo impianto è stato l’intervento conclusivo di Franco Di Cecilia, che ha dato voce a una dimensione ancora più ampia: quella provinciale. Il suo discorso ha spostato il baricentro dalla città all’intera Irpinia, presentando la candidatura come espressione di una comunità di 400.000 abitanti che ha chiesto riconoscimento, ma soprattutto riscatto.
Di Cecilia ha evocato una “provincia bella e tormentata”, segnata da eventi storici, da migrazioni, da ferite come il sisma del 1980, ma anche da una straordinaria densità culturale e umana. Ha richiamato la tradizione dei grandi intellettuali e politici irpini, da Francesco De Sanctis a Pasquale Stanislao Mancini, inserendo la candidatura in una linea lunga di pensiero e impegno civile.
Ma soprattutto, ha posto una questione politica cruciale: quella del riconoscimento delle aree interne. In un Paese in cui il 40% della popolazione vive nei piccoli comuni, ha denunciato il rischio di una marginalizzazione sistemica, chiedendo che la cultura diventi strumento di riequilibrio territoriale. Non uno sguardo al passato, ha insistito, ma un investimento sul futuro: turismo sostenibile, opportunità per i giovani, contrasto allo spopolamento.
La sua è stata, in fondo, una richiesta semplice e radicale: trasformare una candidatura in un sogno collettivo, e quel sogno in politica pubblica.
Se l’audizione ha avuto un senso che va oltre il verdetto atteso, è proprio questo: aver restituito dignità narrativa e progettuale a un’Italia che non si arrende alla periferia. Mirabella Eclano ha parlato per sé, ma anche per molti altri luoghi. E ha ricordato che la cultura, quando è autentica, non misura la grandezza dei territori, ma la profondità delle visioni.




