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Montefusco, la memoria che genera futuro

di Rosa Bianco

Nel pomeriggio di domenica 15 marzo il silenzio austero del Carcere Borbonico di Montefusco si è trasformato in un luogo di pensiero e di visione. In quello spazio carico di memoria – che nei secoli ha custodito pagine dure della storia meridionale – si è svolto il convegno “1806-2026: Il Capoluogo da Montefusco ad Avellino – Prospettive future”, promosso dall’associazione Insieme per Avellino e l’Irpinia.

L’incontro, da me moderato, ha ricostruito un passaggio decisivo della storia territoriale – il trasferimento del capoluogo da Montefusco ad Avellino – trasformandolo in occasione per interrogarsi sul destino delle aree interne e sul ruolo che i piccoli centri possono svolgere nel futuro del Mezzogiorno.

I saluti istituzionali: identità e responsabilità

Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali del sindaco Salvatore Santangelo, che ha ribadito come Montefusco custodisca un patrimonio storico e culturale capace di parlare al presente e di diventare leva di sviluppo per il territorio.

A seguire è intervenuto Basilio Minichiello, presidente nazionale di Co.N.A.P.I., che ha offerto una riflessione concreta sul futuro delle aree interne. Minichiello ha richiamato l’esperienza crescente dello smart working come opportunità per i piccoli borghi: nuove famiglie, giovani professionisti e lavoratori digitali possono scegliere di vivere nei centri minori senza rinunciare alle proprie attività. In questo scenario – ha sottolineato – la “prossimità” non è più soltanto geografica ma mentale e culturale: vivere in un paese non significa isolamento, ma un diverso modo di abitare il mondo.

Il presidente dell’associazione promotrice, Pasquale Luca Nacca, ha quindi evidenziato il valore simbolico del convegno: riflettere sul passato amministrativo dell’Irpinia per costruire nuove forme di collaborazione tra istituzioni, associazioni e mondo della ricerca.

Il documentario: la storia come chiave del presente

Il cuore storico dell’incontro è stato rappresentato dalla proiezione del documentario realizzato dall’avvocato Antonio Di Martino, dedicato al passaggio del capoluogo da Montefusco ad Avellino nel 1806.

Il filmato ha ricostruito il contesto del cosiddetto “decennio francese”, quando profonde riforme amministrative trasformarono l’assetto dello Stato nel Regno di Napoli. Il trasferimento del capoluogo non fu un semplice atto burocratico, ma parte di una vasta modernizzazione istituzionale che ridefinì equilibri territoriali e funzioni amministrative.

Di Martino ha ricordato come la storia non sia mai un esercizio sterile: conoscere ciò che siamo stati – ha osservato – è il primo passo per comprendere ciò che possiamo diventare.

Virgilio Caivano: i piccoli comuni come laboratorio nazionale

Il dibattito si è quindi aperto con l’intervento di Virgilio Caivano, del Coordinamento Nazionale Piccoli Comuni Italiani. Caivano ha delineato un quadro lucido delle difficoltà che attraversano le aree interne – dalla carenza di servizi sanitari alla mobilità, fino alla debolezza delle infrastrutture digitali – ma ha anche ricordato come proprio da questi territori possa nascere una nuova visione del Paese.

La sfida, secondo Caivano, è garantire quattro diritti fondamentali: scuola, sanità di prossimità, mobilità pubblica e connettività digitale. Solo così i piccoli comuni potranno diventare luoghi di restanza e non di abbandono.

Giacomo Rosa: imprese e territori per fermare lo spopolamento

il presidente di Svimar, Giacomo Rosa, ha posto al centro del suo intervento il tema del lavoro.

Rosa ha sottolineato come lo spopolamento non possa essere contrastato soltanto con iniziative culturali: occorrono politiche economiche e strumenti concreti per favorire l’imprenditorialità locale. Tra le iniziative promosse dall’associazione vi sono sportelli per le imprese, programmi di cooperazione territoriale e progetti di internazionalizzazione che portano le eccellenze del Mezzogiorno anche sui mercati esteri.

Pietro Calabrese: costruire una rete tra territori

Subito dopo è intervenuto Pietro Calabrese, vicepresidente di Svimar, che ha sottolineato il valore concreto della giornata di confronto svoltasi a Montefusco.

Calabrese ha ricordato come incontri di questo tipo rappresentino momenti fondamentali per affrontare in modo condiviso le grandi sfide delle aree interne: lo spopolamento, le difficoltà occupazionali e la mancanza di opportunità per i giovani dell’Irpinia.

Al tavolo – ha evidenziato – si sono ritrovati rappresentanti di istituzioni, associazioni e mondo accademico, tra cui la stessa Svimar, il CIRPS – Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibil, il co. NA. PI e l’Università degli Studi di Salerno.

L’idea è, perciò, quella di sviluppare una rete operativa e concreta che permetta di affrontare in modo coordinato le sfide dello sviluppo locale.

Antonio Zizza: giovani, imprese e aree interne

Per il Centro Studi Co.N.A.P.I. è intervenuto Antonio Zizza, che ha analizzato il fenomeno dell’emigrazione giovanile con dati e prospettive sociologiche.

Il Mezzogiorno – ha spiegato – perde ogni anno migliaia di giovani qualificati. Tuttavia le aree interne custodiscono un patrimonio economico e umano spesso sottovalutato. Per invertire la rotta è necessario rafforzare la collaborazione tra università, imprese e istituzioni locali, affinché il lavoro torni a essere non solo fonte di reddito ma anche strumento di realizzazione personale e comunitaria.

Giulia Perfetto: educazione e cultura per ricostruire comunità

La ricercatrice dell’Università degli Studi di Salerno, Giulia Perfetto, ha posto l’accento sul ruolo della formazione.

Secondo Perfetto, il vero divario tra città e aree interne non è soltanto economico ma culturale. Occorre ricostruire una rete tra scuole, università e amministrazioni locali capace di coinvolgere i giovani e di trasformare il patrimonio storico e culturale in strumento educativo e in occasione di sviluppo.

Le tecnologie e le reti territoriali

Nel corso della discussione è intervenuto anche l’ingegnere Stefano Corsetti, del CIRPS – Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibile, che ha illustrato alcune esperienze di innovazione territoriale: sportelli digitali per le imprese, sistemi di formazione diffusa nei borghi e modelli di mobilità sostenibile pensati per le aree interne.

La parola chiave – ha sottolineato – è “rete”: nessun piccolo comune può affrontare da solo le sfide del presente, ma insieme possono costruire un sistema territoriale capace di attrarre cittadini, investimenti e turismo.

Le conclusioni: storia e sviluppo

A chiudere il convegno è stato lo storico Alfonso Conte, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

Conte ha ricollocato il trasferimento del capoluogo nel grande processo di modernizzazione amministrativa avviato nel primo Ottocento, ricordando come quelle riforme abbiano contribuito alla nascita delle città medie meridionali.

Oggi – ha osservato – la sfida è diversa ma altrettanto decisiva: restituire centralità alle aree interne attraverso lavoro, agricoltura di qualità e servizi adeguati. Senza queste condizioni, nessuna strategia di sviluppo potrà essere duratura.

Un messaggio dal cuore dell’Irpinia

Il convegno si è concluso con un sentimento condiviso: la consapevolezza che la storia non è soltanto memoria ma responsabilità.

Da questo confronto è emersa la volontà di passare rapidamente dalle parole ai fatti, poiché oltre il 60% del territorio italiano è costituito da aree interne, ma vi risiedono solo 13,3 milioni di cittadini. Negli ultimi dieci anni, circa 700mila persone hanno lasciato questi territori, determinando una deriva demografica che si trasforma in disastro sociale: ospedali, scuole, stazioni e servizi essenziali chiudono o si allontanano, lasciando intere comunità isolate. L’Istat avverte che entro un decennio l’82% dei Comuni di queste aree sarà in “declino demografico”, con punte del 92,6% nel Mezzogiorno.

Di fronte a questo scenario, i relatori hanno lanciato un appello ai decisori locali e nazionali, al mondo accademico e professionale, alle associazioni e agli enti del territorio: riconoscere il ruolo centrale del capitale umano nelle politiche per le aree interne, unendo strategie concrete e strumenti di cittadinanza attiva.

Il rischio è chiaro: ignorare queste comunità significherebbe svegliarsi in un Paese fatto di grandi città isolate e vaste zone desertificate. La sfida è invece costruire un Paese di paesi, dove ogni comunità possa vivere, crescere e sviluppare il proprio potenziale.

È necessario consentire alle persone di restare nei propri territori, generando così un circolo virtuoso che consenta ai giovani delle aree interne di essere formati e di sviluppare a loro volta competenze specifiche, capaci di rafforzare comunità e economie locali, e inoltre costruire un progetto comune capace di collegare diversi comuni, anche appartenenti a territori e regioni differenti.

Nel cuore dell’Irpinia, tra le mura del carcere borbonico, si è riaffermata un’idea semplice, ma potente: le aree interne non sono la periferia del Paese, ma una delle sue frontiere di rinascita.

Montefusco, che due secoli fa vide partire il capoluogo, ha dimostrato di poter essere ancora oggi un luogo da cui ripartire con nuove idee, nuove reti e una rinnovata coscienza civile.

 

 

 

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