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Letteratura e memoria con Giuseppe Tecce a Montefusco

di Rosa Bianco

Ieri pomeriggio, nelle sale nobiliari di Palazzo Giordano a Montefusco, si è svolta la presentazione del libro “Racconti dall’Irpinia” – edizioni Graus – di Giuseppe Tecce. Un appuntamento che ha coniugato la forza della parola scritta con il valore della memoria collettiva, restituendo alla comunità un momento di riconoscimento reciproco e di consapevolezza civile.

Il Sindaco Salvatore Santangelo ha aperto i lavori sul valore della cultura come coesione. Sono intervenuti insieme a me, in qualità di giornalista e di critico letterario, Emilia Dente e Massimo Zaccaria, con riflessioni su memoria e territorio. I giovani del Forum di Montefusco hanno dato voce a Tecce con letture scelte. Ha chiuso l’evento Arturo Bonito, consigliere comunale con delega alla Cultura, con un appello alla responsabilità civile della parola scritta.

La Pergamena d’Onore: un gesto di riconoscimento civile

Nel corso della presentazione, Giuseppe Tecce, come presidente dell’Associazione “Ver Sacrum  – Arte, Cultura, Società – Cinthia” ha voluto consegnare ai singoli membri del gruppo “Il Popolo del Carcere”, che danno vita alla rievocazione teatrale “Chi trase a Montefusco” ideata  e condotta da Emilia Dente, una Pergamena d’Onore, con la seguente motivazione:

“Al Popolo del Carcere

Per aver dato voce alle mura silenziose del Carcere Borbonico di Montefusco, trasformando il dolore e la memoria in poesia, capace di toccare i cuori e di risvegliare le coscienze.

Con talento e passione avete reso la storia un’esperienza commovente, che educa e unisce, consegnando al presente la forza di un passato che non deve essere mai dimenticato.

In segno di gratitudine e ammirazione, questa pergamena celebra la vostra arte e il dono prezioso di custodire l’identità e l’anima di una comunità.”

Una memoria che diventa atto politico

La consegna della pergamena non è stata un semplice gesto celebrativo: ha rappresentato un atto civile, nel senso più alto e filosofico del termine. In essa si è espresso il riconoscimento che la memoria storica non appartiene solo agli archivi o ai libri, ma si rinnova e si incarna quando una comunità la rende viva attraverso l’arte, il teatro, la parola.

Il premio al Popolo del Carcere è diventato così un “patto civile” tra generazioni: la memoria delle mura del Carcere Borbonico – luoghi segnati dal dolore, dal sacrificio e dalla resistenza – si è trasformata in esperienza collettiva capace di unire e di educare. È qui che il gesto assume un significato filosofico: riconoscere nella rappresentazione teatrale non soltanto una performance artistica, ma un atto di resistenza culturale e morale, una forma di “cura della memoria” che si oppone all’indifferenza e all’oblio.

Filosofia della gratitudine

La Pergamena d’Onore è segno tangibile che l’arte e la cultura non sono ornamenti superflui, ma strumenti fondamentali della cittadinanza. Dove l’istituzione premia il gruppo teatrale, in realtà la comunità premia se stessa, perché riconosce di avere ancora la forza di trasmettere valori condivisi, di elaborare il dolore trasformandolo in bellezza, di ricordare il passato per costruire un futuro più giusto.

Questo atto civile è un esercizio di “cura del logos”, cioè della parola e del senso. Nel consegnare la pergamena, Tecce ha riaffermato che il linguaggio, quando diventa arte e racconto, non è semplice comunicazione, ma responsabilità: parola che lega, che educa, che difende la dignità di un popolo. In tal modo, il riconoscimento al Popolo del Carcere è stato anche un invito implicito a continuare a coltivare la memoria non come nostalgia sterile, ma come atto politico, sociale e comunitario.

L’Irpinia come difesa culturale

Montefusco, con la sua storia di antica capitale del Principato Ultra, è stata cornice ideale per un’opera che non è soltanto letteratura, ma gesto di difesa culturale. “Racconti dall’Irpinia” nasce infatti da un’urgenza: raccontare l’Irpinia per difenderla dall’oblio e dalle logiche di mercato che desertificano i paesi, cancellano identità e svuotano i borghi. Le narrazioni di Tecce intrecciano radici e futuro, fanno della memoria un atto di speranza e, in senso sociologico e politico, di progettazione.

L’irpinitudine: ostinata speranza

Leggere questo libro diventa allora un gesto di autodifesa collettiva, una piccola rivoluzione culturale contro i modelli alienanti che pretendono di ridurre la vita a consumo e velocità. Nei racconti, invece, riaffiora una bellezza antica e resistente, fatta di relazioni, di mani, di volti e di storie comuni: un capitale immateriale che nessuna globalizzazione potrà mai azzerare.

La scrittura di Tecce è sobria ma vibrante, capace di illuminare i chiaroscuri dell’animo umano e di restituire dignità al gesto narrativo. Ogni racconto custodisce, come in uno scrigno, un frammento di quella sostanza invisibile che potremmo chiamare irpinitudine. Non è semplice darne una definizione, ma l’autore ce ne offre un’immagine potente attraverso figure simboliche come ad esempio Filargina, la janara di Sturno.

La sua lunga ricerca della fonte dell’eterna giovinezza, condotta tra le alchimie e i vapori della Mefite, diventa parabola dell’animo irpino: un cammino ostinato e solitario, fatto di pazienza, di fatica, di dettagli raccolti con cura. In lei riconosciamo la testardaggine, la capacità di sopportare e di attendere, la dignità di chi vive di poco ma non rinuncia mai a dare senso ad ogni gesto.

Resistenza, memoria, futuro

Eppure, anche la sconfitta di Filargina rivela una lezione più grande: l’irpino non è tale perché conquista ciò che vuole, ma perché affronta l’impossibile con volontà incrollabile, trasformando il limite in narrazione, la fatica in memoria, la perdita in patrimonio condiviso.

È qui che l’irpinitudine si mostra come ostinata speranza che si rinnova nei gesti quotidiani, nelle storie tramandate, nel rispetto di ciò che è stato e nella fiducia che, persino quando tutto sembra perduto, qualcosa possa germogliare ancora.

La letteratura come resistenza civile

La presentazione a Palazzo Giordano ha avuto dunque il valore di un rito laico: un incontro tra passato e futuro, dove la letteratura si è fatta strumento di riscatto civile. Questa Irpinia fragile ma dignitosa, popolare ma universale, è la stessa che ancora oggi si mobilita per il lavoro, per la giustizia sociale, per la cultura accessibile a tutti.

Ne emerge una consapevolezza alta: raccontare l’Irpinia non è un esercizio nostalgico, ma un atto politico e filosofico. È custodire la memoria perché diventi futuro. È riaffermare, in un tempo di spaesamenti, che l’identità di un popolo si difende non solo con le istituzioni e le infrastrutture, ma soprattutto con le parole, con i gesti, con i racconti.

È in questo intreccio che si misura il valore dei racconti di Tecce: non un libro da leggere e dimenticare, ma un compagno di strada, un invito a vivere la letteratura come forma di resistenza, di speranza e di coraggio condiviso.

 

 

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