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Monteverde, l’ingiustizia silenziosa di una montagna negata

di Rosa Bianco

C’è una forma di ingiustizia che non fa rumore, non occupa le piazze né incendia il dibattito pubblico, ma incide profondamente sul destino delle comunità: è l’ingiustizia amministrativa, quella che nasce da criteri applicati in modo cieco, incapaci di leggere la realtà dei territori. L’esclusione del Comune di Monteverde dall’elenco dei comuni montani individuati dal DPCM n. 131 del 2025 appartiene esattamente a questa categoria.

Monteverde non è soltanto un comune “di fatto” montano: lo è nella sua geografia, nella sua storia, nella sua quotidianità. L’intero abitato si colloca a circa 740 metri sul livello del mare, senza frazioni a quote inferiori; un dato che da solo basterebbe a fugare ogni dubbio. Ma la montanità non è solo una questione di altitudine: è isolamento, difficoltà di accesso ai servizi essenziali, fragilità infrastrutturale. Ed è proprio su questi elementi che Monteverde esprime, in modo quasi paradigmatico, tutte le criticità delle aree interne italiane.

Siamo di fronte al comune più isolato della provincia di Avellino, distante quasi venti chilometri dal centro abitato più vicino, collegato da una viabilità segnata da gravi carenze strutturali. L’ospedale di riferimento si trova a circa 68 chilometri, una distanza che, tradotta in tempi di percorrenza reali, compromette l’effettivo diritto alla salute. Monteverde ricade integralmente nell’area SNAI “Alta Irpinia”, riconosciuta dallo Stato come una delle zone a più alto livello di marginalità del Paese. Eppure, in un paradosso difficile da spiegare, è l’unico comune di quell’area a non essere riconosciuto come montano.

L’anomalia si ripete anche all’interno del Consorzio dei Servizi Sociali con sede a Lioni: su 25 comuni, Monteverde è ancora una volta l’unico escluso dalla classificazione di comune montano. Una reiterazione che produce una evidente disparità di trattamento rispetto a territori con caratteristiche analoghe, se non addirittura meno svantaggiate, e che mina il principio di equità territoriale sancito dalla stessa normativa nazionale.

Dalle verifiche emerge una motivazione tanto semplice quanto inquietante: l’applicazione meramente automatica del criterio dell’altitudine media, alterata dalla presenza di una porzione marginale del territorio comunale posta al confine con la Puglia, caratterizzata da quote più basse. Un dettaglio cartografico che finisce per cancellare la realtà vissuta di un’intera comunità. È il trionfo dell’astrazione numerica sulla concretezza territoriale, del dato statistico sulla conoscenza reale dei luoghi.

Una politica pubblica responsabile, tuttavia, non può fermarsi alla rigidità dei numeri né può rinunciare alla valutazione complessiva delle condizioni di disagio, isolamento e marginalità. La classificazione dei comuni montani non è un esercizio formale: è uno strumento di giustizia territoriale, attraverso il quale si riconoscono svantaggi strutturali e si attivano misure compensative indispensabili alla tenuta sociale ed economica delle aree interne.

In questo quadro, la battaglia avviata dal Sindaco di Monteverde, Antonio Vella, assume un valore che va ben oltre i confini comunali. È una battaglia di principio, di dignità istituzionale e di tutela delle comunità marginali. Non a caso, al suo fianco si è dichiarata pronta a scendere in campo la SVIMAR – Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno e delle Aree Interne, con il suo presidente Giacomo Rosa, da sempre impegnata nella difesa dei territori fragili e nella promozione di politiche realmente aderenti alle esigenze delle aree montane e interne del Paese.

Il sostegno della SVIMAR non rappresenta soltanto un appoggio politico o tecnico, ma un segnale chiaro: Monteverde non è un’eccezione da ignorare, bensì un caso emblematico che impone una riflessione più ampia sui criteri di classificazione e sulle responsabilità dello Stato nei confronti dei territori più esposti allo spopolamento e al declino.

Correggere l’esclusione di Monteverde dall’elenco dei comuni montani non significherebbe piegare la norma, ma restituirle il suo significato più autentico. Significherebbe riaffermare che le leggi devono servire i territori e non mortificarli, che i numeri devono essere strumenti e non alibi, che l’equità non può essere sacrificata sull’altare della burocrazia.

Monteverde è una montagna che esiste, che resiste e che chiede soltanto di essere riconosciuta per ciò che è. Ignorarlo ancora vorrebbe dire trasformare un errore tecnico in una scelta politica consapevole. E questa, oggi, sarebbe una responsabilità che nessuna istituzione può permettersi di assumere.

 

 

 

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