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Narrare le povertà, in Biblioteca si proietta “La Villa”, Brignone: il mio sguardo altro su Scampia

“Mi interessava riflettere sulle modalità attraverso le quali è possibile, oggi, raccontare le periferie, sulla possibilità di consegnarne uno spaccato di un luogo, attraverso uno sguardo decentrato”. Spiega così la regista partenopea Claudia Brignone il film “La Villa”, al centro del prossimo appuntamento della rassegna “La narrazione della povertà. Il prossimo tuo…il prossimo nostro”, in programma il 20 marzo, alle 18, presso la Biblioteca Provinciale, promosso dal Cinecircolo Santa Chiara in collaborazione con Caritas  Centro studi cinematografici e Garante Provinciale dei detenuti. “Ho immaginato – prosegue la regista del film, realizzato in collaborazione con Regione Campania e Film Commission Regione Campania nell’ambito del progetto “Nuove Strategie per il Cinema in Campania” – Linea 3 “Empowering Talent” – POC 2014-2020 –  che scegliere un’angolazione laterale per raccontare Scampia restituisse più dignità alle persone del luogo e fosse lo sguardo più adeguato per offrire un’idea della complessità di Scampia. Di qui la scelta di partire da uno spazio come la Villa Comunale particolarmente amato dalla comunità, che ho raccontato dal 2014 al 2018. Oggi è chiusa a causa di lavori ma ha sempre rappresentato uno spazio importante, in cui incontrarsi, fare yoga, chiacchierare o riposarsi. E’ chiaro che anche da questa narrazione arriva l’eco della situazione difficile che vive Scampia, a partire dal bambino che non ricorda che classe fa. Fino al rombo degli elicotteri e le sirene della polizia che risuonano tra le voci degli abitanti del quartiere. Ma non siamo mai sommersi dal pericolo della violenza, sono degli input che arrivano piano piano”. Spiega come tutto è cominciato per un lavoro di videodocumentazione che mi aveva chiesto un’associazione del luogo il Centro Mammut “Durante quel periodo di lavoro avvertivo un contrasto tra la realtà che filmavo e con l’idea che io stessa avevo del quartiere. Non sapevo infatti che Scampia fosse una delle zone più verdi di Napoli, con una solida rete di associazioni che agiscono quotidianamente sul territorio e che proprio dietro ai palazzoni filmati dalla cronaca e dal cinema, per raccontare il degrado e il malaffare, ci fosse un grande parco pubblico, vissuto dagli abitanti come un’oasi di benessere. È da queste sensazioni che nasce l’esigenza di capire come guardare questa parte di Napoli, che è la mia città, e di scrivere un film sul quartiere. Il luogo in cui si sviluppa la narrazione è una scelta fondamentale. Tendo a cercare luoghi dove tutto il fuoricampo, ci entra evocato. Alla fine ho finito per appassionarmi. Mi interessava andare al di là della narrazione consolidata che racconta Scampia come un insieme di eccessi, da quelli legati alla presenza della criminalità organizzata al fervore delle tante associazioni sul territorio. Volevo che fosse chiaro che non esistono solo buoni e cattive, esistono le persone nella loro quotidianità, nella loro normalità che, spesso, rischia di essere persino noiosa. Al tempo stesso, ho avvertito con forza, confrontandomi con tante persone, il desiderio di cambiamento di Scampia, il bisogno della comunità di mettersi insieme per agire, al di là del ritorno economico. Mi interessava, inoltre, riflettere sulla costruzione di un immaginario che le rappresentazioni su un luogo contribuiscono a produrre, e sulla natura, necessaria per le persone che vivono nelle città: una via di salvezza. “. Sottolinea come “A prendere forma sono microstorie che si intrecciano di persone reali che ho incontrato nel mio percorso”. E spiega, mentre è alle prese con il suo ultimo film “Tempo d’attesa” dedicato al valore della nascita, come “Cruciale sia la la formula del documentario, in cui il montaggio gioca un ruolo chiave per trasmettere un messaggio, anche grazie a tempi lunghi e distesi che non impongono di selezionare in maniera sommaria immagini ma richiedono un lungo lavoro di riflessione”.

 

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