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Natale non può essere una bottiglia di vino

Non so voi, ma io provo sempre un senso di disagio quando si avvicinano le feste natalizie! Perciò, come “manifesto” del prossimo Natale proporrei quello affisso, qualche anno fa, per le strade della nostra provincia, che ritraeva una mangiatoia con la classica paglia su cui è teneramente adagiata una invitante bottiglia di vino. Un manifesto pubblicitario che meriterebbe di essere assunto a simbolo di questo Natale, per la sua involontaria sincerità. Vera icona natalizia, questa immagine esprime senza ipocrisia, con lapidaria ed inequivocabile chiarezza, cosa ci attendiamo dal Natale: una bottiglia di vino per dimenticare.

Per cancellare dalle orecchie il rumore delle bombe su Aleppo e sul resto della Siria. Per dimenticare le esplosioni per le strade della Terra Santa. Per offuscare ai nostri occhi la vista di quelli delle migliaia di bambini malnutriti, bambini che vergognosamente lasciamo morire solo perché in tantissimi luoghi del nostro pianeta è irreperibile perfino qualche grano di comunissimo sale da cucina per curare la dissenteria. Niente di meglio che una bottiglia di vino per continuare a non contrastare la semina dell’odio a cui la politica ci sta abituando nel nostro e in altri Paesi. Una bottiglia di buon vino di fronte alla sconfitta della pace e alla violenta ripulsa del pacifismo, per far posto a rigurgiti di vecchi e nuovi fascismi e del razzismo di sempre. Una bottiglia di vino per dimenticare la natura sfregiata e calpestata, l’acqua svenduta come merce; per scordarci delle migliaia di migranti morti nei viaggi della speranza, offesi nella loro dignità, calpestati dal nostro egoismo. Una bottiglia di vino per restare passivi di fronte all’impoverimento dei poveri e all’arricchimento dei ricchi. Per non pensare a quanto ci stiamo incattivendo, a quanto vigliaccamente sfoghiamo la rabbia e la frustrazione per i nostri fallimenti contro i più poveri di noi, quasi mai contro i potenti. Una bottiglia di vino per solleticare una misera allegria artificiale e celebrare uno squallido fasto, raccattando pochi spiccioli di egoismo rivestito di carta stagnola.

Non vediamo, infatti, più deposto alcun gesubambino nella tradizionale mangiatoia del presepe perché non abbiamo più voglia né intenzione di accogliere nessun bambino, nessun debole, nessun povero, nessuno scartato che ci ricordi il dolore. Perché vogliamo, disperatamente, farci i fatti nostri. Preoccupati soltanto di esorcizzare ogni minaccia, sappiamo solo girare le spalle, e attaccarci ad una volgare bottiglia di vino. Non abbiamo più nulla a che spartire con la forza di inginocchiarsi ad adorare un bambino, con il coraggio di credere all’unica forza capace di muovere la storia, quella dei deboli e degli sconfitti.

Perché Natale resta il più grande paradosso divino: ci mette di fronte a Dio stesso, il Creatore, che si fa bambino, debole e per giunta, povero. Un Dio che ci “scandalizza” perché mentre noi ci ostiniamo a volerlo vedere e invocare come l’Onnipotente, lui ci disobbedisce; disobbedisce, forse anche a se stesso e, caparbiamente continua a nascere, testardamente si incarna nella storia reale, nelle storie quotidiane e concrete, tra le pieghe, nei frammenti e negli scarti della Storia, quella decisa dai potenti e dai violenti.

Sembra strano, ma più rinunceremo all’ubriacatura con la quale abbiamo riempito il Natale, più lo vivremo. E il Bambino potrà tornare nella sua scomoda e umana mangiatoia.

Don Vitaliano Della Sala
parroco di Capocastello

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