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E’ durata meno di ventiquattr’ore la minaccia di una crisi di governo agitata in seguito alla votazione a sorpresa che ha portato il centrista Salvatore Torrisi alla presidenza della Commissione Affari costituzionali del Senato al posto del democratico Giorgio Pagliari, candidato della maggioranza e quindi anche del partito di Torrisi, che ora si chiama Alternativa popolare ed è l’erede dell’Udc di Angelino Alfano. Oltretutto, lo spettro di una crisi al buio si è rivelato rapidamente un’arma spuntata. Poiché è noto che il presidente Mattarella, unico arbitro della conclusione anticipata della legislatura, non procederà allo scioglimento delle Camere fin quando non sia stata approvata una legge elettorale che risponda al requisito minimo più volte segnalato dal Colle: rendere omogeni i sistemi di determinazione della rappresentanza, modificando quel che resta dell’Italicum (amputato dalla Corte Costituzionale) e adeguando la legge vigente per il Senato. Dunque, al di là delle polemiche sulla responsabilità emerse nel voto a sorpresa di palazzo Madama, la sostanza politica della vicenda – non ancora risolta – rimanda proprio al superamento del macigno che pesa su questo scorcio della XVII legislatura, nel quale tutti gli attori in campo, di maggioranza e di opposizione, si danno battaglia senza quartiere per meglio posizionarsi in attesa di un voto che dovrebbe determinare gli equilibri della prossima. Una legge elettorale compatibile con la sentenza della Consulta ed omogenea per i due rami del Parlamento è il nodo da sciogliere prima del ricorso al popolo, e la responsabilità di formularla dovrebbe ricadere su tutti i partiti, visto che le regole della rappresentanza riguardano tutti e non possono essere oggetto di prevaricazione da parte di alcuno. Facile a dirsi ma meno a farsi, in un clima sempre più avvelenato, nel quale permane la tentazione di dar vita ad un’alleanza spuria di tutti o quasi contro un partito, il Pd, e soprattutto contro Matteo Renzi, segretario dimissionario dopo la sconfitta referendaria ma ora legittimamente ricandidatosi e ben posizionato nella corsa verso le primarie aperte del 30 aprile. E’ quanto è accaduto nel voto a sorpresa della Commissione senatoriale, e non è un caso se l’incidente si è verificato proprio quando i risultati della prima fase della primarie (il voto degli iscritti) avevano confermato la larga vittoria di Renzi fra i quadri democratici, una vittoria più ampia di quella di quattro anni fa e indigeribile per tutti coloro che vorrebbero liberarsi una volta per tutte dell’ex sindaco di Firenze. Dopo la scissione di “Articolo 1- Mdp”, la battaglia in corso a sinistra sta assumendo aspetti paradossali, con i bersaniani che, nonostante gli impegni assunti, votano a più riprese contro il governo e continuano ad avanzare offerte di collaborazione ai Cinque stelle che peraltro le respingono con palese disprezzo; nello stesso Partito democratico c’è chi non si rassegna ad una riconferma del segretario uscente, ma d’al – tra parte non vorrebbe neppure accasarsi con gli scissionisti, dove i posti di comando (pochi) disponibili sono già occupati. Aggiungiamo che alla mediocre disputa tutta interna a fazioni partitiche partecipa direttamente parte della grande stampa, il che è una novità tutta da valutare. Ai più, almeno a molti dei protagonisti, sembra sfuggire quello che dovrebbe essere un indubbio interesse comune: preservare l’esistenza e la capacità di incidere di un polo aggregativo dell’opinione pubblica progressista; e poiché analoga confusione di idee e di proposte si registra nell’area di centrodestra, è possibile che fra qualche mese dalla mischia elettorale escano vincitori proprio quei campioni dell’antipolitica che tutti, a destra e a sinistra, dichiarano di voler arginare. Fra poche settimane, con la conclusione delle primarie democratiche, la nebbia dovrebbe cominciare a diradarsi: se Matteo Renzi otterrà un largo consenso e sarà confermato segretario dagli elettori e dai simpatizzanti oltre che dagli iscritti, sarà bene che tutti ne prendano atto e ne riconoscano la legittimità. Se ciò non dovesse avvenire, si aprirà un’altra partita dall’esito imprevedibile. Intanto, è da rilevare almeno un dato positivo: subito dopo il voto del Senato, il governo ha agito con equilibrio e prudenza, con un richiamo alla responsabilità che ha sortito l’effetto sperato di ridurre il danno. Almeno questo è un punto fermo.
edito dal Quotidiano del Sud

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