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Mentre dobbiamo tirare un sospiro di sollievo per il cessate il fuoco annunciato poche ore fa, non possiamo ignorare che in realtà si tratta di una tregua che non pone fine all’aggressione scatenata dall’esercito turco contro la Federazione democratica della Siria del Nord (Rojava). I prossimi giorni saranno decisivi per capire come si evolve la situazione sul campo.

In questo contesto di orribile violenza, l’evento che più ci colpisce è il martirio di Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito siriano del Futuro e attivista dei diritti delle donne, molto conosciuta e amata dalla sua comunità, brutalmente uccisa alcuni giorni fa durante un’imboscata. Il suo autista è stato subito ucciso. Lei è stata trascinata fuori dalla macchina, probabilmente violentata, lapidata ed il suo corpo è stato oltraggiato dagli assassini, che – in un video che loro stessi hanno girato – lo colpiscono con i piedi urlando: «Questo è il corpo del maiale». Il Partito Futuro siriano è stato fondato e lanciato un anno e mezzo fa a Raqqa, nel territorio della Siria settentrionale liberato dallo Stato islamico, con l’obiettivo dichiarato di rappresentare tutte le anime della società siriana, unendo la componente curda, quella araba e quella cristiana-siriaca nella prospettiva di un futuro Stato post-Bashar al-Assad democratico, multietnico e pluralistico, basato sulla civile convivenza e sul rispetto di tutte le minoranze.

Questo sogno di una convivenza felice e armoniosa fra le diverse componenti etniche e religiose, fondato sul rispetto dei diritti umani e sull’emancipazione delle donne dalle catene del patriarcato, sogno che si stava incarnando nella Federazione democratica della Siria del nord, è quanto di più antitetico si possa immaginare alla lugubre esperienza dello stato islamico dell’ISIS.

Per questo l’assassinio di Hevrin Khalaf è un crimine rituale, perché simboleggia tutto ciò che le milizie alleate del turco odiano al massimo livello e quello a cui mira l’operazione “fontana di pace”: demolire l’esperienza democratica curda per reinsediare lo Stato islamico.

Un assassinio rituale come fu quello di Garcia Lorca, assassinato dai falangisti il 19 agosto del 1936. Garcia Lorca non era un combattente e non rappresentava un pericolo per nessuno, però fu fucilato perché comunista, omosessuale e poeta, cioè esprimeva con la sua personalità tutto ciò che i fascisti spagnoli detestavano al massimo.

Un altro evento, profondamente diverso ma ugualmente drammatico, si è consumato nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, quando un barcone carico di migranti si è rovesciato a poche miglia da Lampedusa. Nelle ore successive sono state recuperate tredici salme: tutte giovani donne, alcune incinte, fra queste anche una ragazzina di 12 anni. Alcuni giorni dopo, ispezionando il relitto, i sommozzatori hanno trovato il corpo di un bambino piccolo abbracciato alla sua mamma, cullati dalle onde in fondo al mare.

Apparentemente non c’è alcun rapporto fra il martirio della giovane donna curda e la triste vicenda della donna affogata tenendo stretta fra le braccia il suo bambino. In realtà sono due eventi che fanno risaltare il male oscuro che divora l’anima della nostra civiltà, devastata dalla disumanità che avanza. Disumanità che ci ha fatto porre termine all’operazione mare nostrum proprio per evitare di salvare i barconi dei migranti in difficoltà ed evitare che quella donna e quel bambino giungessero sulle nostre coste. Disumanità che ci ha consentito di dare via libera ai massacri di Erdogan.

C’è un appello di donne che dice: “non parlateci piú di valori occidentali se non sapete difendere i curdi. Non parlateci piú di paritá se lasciate ammazzare le libere donne curde. Non parlateci più di pace se vi girate dall’altra parte davanti alla guerra piú ingiusta del secolo. (..) Non parlateci piú di niente. Di Italia, di Europa, di identitá, di dignitá della vita, di diritti umani, di giustizia (.) se non avete il coraggio di reagire. State zitti”

Di fronte a questi corpi martoriati, l’unica voce che può parlare è proprio quella di Garcia Lorca, nel lamento per la morte di Ignazio Sanchez: Non voglio vederlo!/Dì alla luna che venga,/ ch’io non voglio vedere il sangue/ d’Ignazio sopra l’arena/non voglio vederlo!

di Domenico Gallo

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